Vorrei essere sottile, circonlocutorio, ironico più che mai. Ma ho appena aperto una busta paga, e le trattenute IRPEF fanno passare la voglia - riportano, in compenso, a galla la commistione tra sconcerto e rancore (entrambi legittimi) suscitati dal giovine protagonista della nuova pellicola firmata da Sean Penn. Ma andiamo con ordine.
Ingrifati non poco da una serie di fattori - nome del regista (anche se, va detto, più che altro affascinante per il personaggio e l'attore che è), trailer (troppo facile farne di buoni, dovremmo sempre ricordarcelo), l'immaginario del viaggio che sempre ci conquista (troppo facile anche questo, avete ragione) - ci rechiamo infine, dopo diversi tentativi sfumati, al nostro multisala preferito (sempre amare la decadenza!) per gustarci Nelle Terre Selvagge. A proposito: sorprendente come i distributori italiani riescano con puntualità robotica a tradurre i titoli che meriterebbero di esser lasciati in originale e viceversa. Ma transeat. Il film si propone come un rischio, una sfida: due ore e mezza possono essere fonte di grande soddisfazione, se siamo non si dica al capolavoro ma a livelli comunque alti. Possono pure, però, trasformarsi in una sofferenza indicibile. Armati di tutto il nostro coraggio (cinematografico), di grandi aspettative e della fiducia ispirata dalle poltrone del multiplex in questione (ci si dorme non malaccio, volendo), partiamo all'avventura.
Lo stesso dicasi per il protagonista del film: Emile Hirsch (che un link NON se lo merita), giovane ed aitante (aitante? spero lo abbiano ingrassato per la prima metà del film, altrimenti suggerisco di tagliare i MacDonald's) attorino che impersona un ragazzo, un neolaureato, un sognatore ribelle fuggitivo. Un essere umano che cerca la fuga da altri esseri umani, in primis la famiglia e le relative insopportabili costrizioni. Mentre ve ne state ad ammirare (si fa per dire, molto) la prima metà del film, vi prospettate quasi un romanzo di formazione, un racconto con toni zingareschi (e sperate in Kusturica, ma sperate male), una serie di avventure forse non destinate a procurarvi profonde riflessioni sulla vostra vita ma divertenti, varie, piacevoli. Che qualcosa non vada lo potreste subodorare: anzitutto la narrazione alterna flashback di questo attraversamento - piuttosto disordinato, ma l'avventura prima di tutto - di parte del nordamerica con il racconto di quanto accade al termine del pellegrinaggio, in Alaska. In secondo luogo, di quando in quando fa irruzione la voce della sorella del ragazzo, che racconta, seguendo la cronologia del flashback, la crescente preoccupazione, infine disperazione, per la sua scomparsa - il debosciato ha, infatti, deciso di far perdere le proprie tracce al mondo intero, principiando con la famiglia. Dove son finiti i valori, mi domando! Terzo: il fancazzista in questione, dopo aver regalato a qualche - sicuramente losca - associazione benefica i 24000 dollaroni residui del suo fondo per gli studi, fatto a pezzi i propri documenti, abbandonato l'auto in preda ad un'inondazione e bruciato gli ultimi soldi, non contento di essersi trasformato in un essere lurido fin nelle ossa (memorabile scambio di battute con un amabile vecchietto che sarà, più tardi, maltrattato dal giovine delinquente: "vivo qui per mia scelta" "nella sporcizia?") decide di darsi un nome d'arte in qualità di vagabondo. E sceglie Alexander Supertramp. E voi capite che deve schiattare, gli sta troppo bene. Quarto ed ultimo (per pietà, potrei proseguire): avete un comodo accesso internet, oltre che innumerevoli altre fonti di informazione, e sapete che il furbone alla fine muore eccome, deo gratias. Tutto ciò provoca un crescente senso di inquietudine, che però rimane latente nel primo tempo.
Nel secondo il tutto deflagra. Da un lato Penn perde il controllo della situazione, rincorre soluzioni stilistiche anni '60 senza saperle gestire e fa dilagare l'immaginazione sulle avventure (particolarmente sui pensieri) del giovinastro. D'altro canto emerge un dato ormai incontrovertibile: l'imberbe fesso è una specie di saccente, arrogante, presuntuoso guru del cavolo. Si crede e si atteggia ad illuminato, a momenti sembra un angelo o un messia, un rivoluzionario, qualcuno che ha compreso, trovato la verità in sè e nei propri libri (ma poi, ma quando mai Jack London voleva lanciare il messaggio di lasciare tutto e tutti per andare a vivere nei boschi? ma per favore!). Peccato - per lui, e per noi finchè non paga il giusto fio - che sia invece un solenne pirla. Al fine di sintetizzare, illustriamo con il suo ultimo, illuminante pensiero: "la bellezza è reale solo se condivisa". Ora, pur viaggiando in modo convenzionale, non avventuroso e/o cencioso, qualche fuggevole scorcio di mondo l'abbiamo visto anche noi. Abbiamo avuto la fortuna di condividere queste esperienze, il che le ha rese ancor più memorabili. E ce ne rendevamo conto mentre le vivevamo, pensate un po'! Al simpatico (come una colica renale, all'incirca) Alexander Supertramp invece necessita un giro per metà USA (e persino in Messico!), fatto di camminate, autostop, kayak, campeggio, sozzura, lavori improvvisati, abbandono di tutti i beni materiali salvo un paio di occhialini da secchione, durato due anni e terminato (il viaggio ed il suo protagonista, all'unisono) con due mesi di sofferenze in Alaska per comprendere. Una domanda, però, si staglia su tutti gli altri pensieri. Perchè, ma perchè, in nome di ogni divinità possiate voler invocare, il cretino, dopo aver tranciato tutti i propri documenti di identità, bruciato denaro, ucciso di frodo animali, partecipato ad un'interminabile teoria di attività illegali, valicato senza permesso (nè, ovvio, documenti) in due sensi il confine USA-Messico, perchè diavolo si rifiuta di accondiscendere alla profferta amorosa di una giovane, bellissima fanciulla (per di più impegnata song-writer) con la motivazione che è "troppo giovane"? Come lo apostrofa un più anziano (e saggio) amico hippy: "quella povera ragazza è lì che si farebbe un palo della recinzione, e tu sei qui che ti fai gli addominali dell'asceta". Il palo della recinzione va usato in un solo modo. Sul protagonista.
LA SCHEDA
Into the Wild - Nelle Terre Selvagge
In una frase: "Penn non sa cosa sia successo realmente. Anzi, probabilmente non sapeva mai cosa stesse succedendo."
Sconsigliatissimo: a chi si aspetterebbe riflessioni, bellezza, passione per il viaggio, amicizia, conoscenza. E pure a chi si ritiene di essere il solo fulcro del mondo, come Alex Supertramp. Statevene a casa, no?
Giudizio: KKKk (perchè le immagini di viaggio ci piacciono sempre, e per limitare un po' il rancore, non si sa mai che dovessimo reincarnarci in un americano pirla)