lunedì 3 giugno 2013

SOLO DIO PERDONA o LE CONSEGUENZE DELLA PRUDENZA DELLE MANI

Ed è decisamente meglio che all'infinita clemenza si raccomandino gli artefici di tanta infamità, lo si dica chiaramente e fin da subito: il film in questione è una bestialità senza salvezza. Che fosse in concorso a Cannes desta meraviglia, anzi forse meglio sarebbe dire sospetto, tremendo sospetto. O è la burla cinematografica del 21mo secolo oppure qualcuno dovrà molte, moltissime spiegazioni – e sarà meglio che siano convincenti.

Refn ci aveva tutti sedotti, impertinente, in tempi recenti col bellissimo Drive: un'indagine sulla sua produzione precedente aveva lasciato qualche dubbio di costanza di rendimento e purtuttavia pareva di cogliere sicuro il talento, magari ancora alla ricerca di una modalità espressiva (non che mancassero le idee, soprattutto visive) ma presente ed in ascesa. Si apprende dunque con gioia dell'imminente uscita del nuovo suo lavoro, per di più in ribadita accoppiata col suo feticcio Ryan Gosling (eccellente reincarnazione postmoderna di Stallone nel succitato Drive) e con la presenza – preannunciata sulfurea oltre ogni dire – della sempre splendida Kristin Scott Thomas. Concorso a Cannes de rigueur e, a stretto giro di posta, debutto in sala nostrana: tutto concorreva a proporci l'ottimo finale di un fine settimana. S'aggiunga la durata modica (90 minuti, di quelle cose che ti fanno, ignaro, invocare un “ma perché non lo fanno tutti di contenersi nei tempi?” - ottimismo classicamente foriero di sventura) e si deduce l'inevitabilità della scelta: visione, senz'altro.

I 90 succitati minuti sono sconcertanti a dir poco: NWR ha confezionato un'ingiustificabile sequenza di inquadrature ad effetto in salsa rosso scuro (tocchi di blu, rarissimi gialli, una sola scena alla luce del sole), appiccicate con lo sputo ad una trama che generosamente definiremo risibile e con inserti comici (ahi: involontari!) di rara potenza. Tra le hit:
  • la Scott Thomas, un tempo lady di provata eleganza e capacità attoriali, conficcata a viva forza in un ruolo grottescamente sgradevole, con pose da diva anni '40 (perennemente fumante et perennemente schifata dalla sigaretta che tiene a distanza equilibrandosi mirabilmente su tacchi da 15) e vocabolario da scaricatore di porto anni qualsiasi;
  • impossibile da descrivere veramente, comunque (in sostanza): scena di karaoke tra poliziotti, peraltro iterata con lievi alterazioni per tre volte in altrettanti momenti cruciali (mah) del film: se non altro non veniamo beneficiati di sottotitoli quindi ci risparmiamo la traduzione di quella che, verosimilmente, è una hit neomelodica Thailandese (da segnalare che il capo-cantore si commuove della propria stessa intepretazione, ad un certo punto);
  • su tutto e tutti: Gosling, in perenne stato di confusione, evidentemente abbandonato in luoghi sconosciuti ed in balia di ignoti si lascia andare a faccine buffe d'ogni sorta e si guarda attorno stranito (commovente nel suo non avere un'idea), costantemente sull'orlo di una crisi di panico (verosimilmente per essersi trovato a Bangkok senza preavviso e nel mezzo di un disastro cinematografico di proporzioni ragguardevoli, per giunta).

Non vorremmo privare il pubblico dei piaceri della trama (scriverlo senza ridere è impresa non da poco) quindi ci limitiamo a sintetizzare: dei bianchi trapiantati a Bangkok (per motivi che verranno, circa, chiariti in seguito) gestiscono ufficialmente una palestra di Thai Box (“quel covo di froci” KST dixit) in realtà scontatissima copertura per giri di stupefacenti e puttane. Il fratello senior, viziosetto, gira nottetempo la città in cerca di sesso con minori, cosa che dovrebbe non essere tanto difficile nella parte del mondo in questione ma che egli trasforma in un casino immane a base di stupro ed omicidio (“avrà avuto le sue buone ragioni”, sempre KST). Rimasto bellamente sulla scena del delitto incorre nelle ire (giuste?) di un non ben qualificato (“lo sai chi è lui?” no, francamente) descamisado che gira a capo della polizia locale, o se non altro di un gruppetto non esattamente ligio alla procedura. Costui è un attempato ma combattivissimo autoctono che cammina come un minus habens (braccia lungo i fianchi, palmi rivolti all'indietro) ma domina i bassifondi a colpi di uno spadone/coltellone che estrae sanza colpo ferire da non si sa bene dove (zona fondoschiena, comunque) e maneggia con maestria da Campione Mondiale di Wok alle verdure: fantasiosi i modi in cui affetta coloro su cui impartisce la sua (a voler essere pignoli un po' sommaria) giustizia. Ne seguirà un vortice di vendette incrociate nel quale precipitano la premurosa mammina frettolosamente recatasi nel sudest asiatico (appunto la Scott Thomas con extensions bionde, braccia cicciotte e tendenze sado-maso-porn-incestuosomicide) e da subito incline ad inimicarsi i locali (“ ho volato 16000 km, sono in piedi da 30 ore e questa puttana non vuole darmi la stanza”), lo stesso figlioletto Gosling che pure cercava di fare il bravo risparmiando l'esecutore materiale del primo delitto (e presentando alla genitrice la sua “fidanzata”: peccato che KST la sgami immediatamente come prostituta – fatto non troppo ragguardevole considerando che sono tutte puttane, nessuna esclusa, le abitanti di Bangkok secondo Refn – e come tale la apostrofi a cena) ed appunto il misterioso attempatello che spadroneggia su madamini e malfattori di cui sopra (con accoliti, è chiaro).

Grande spreco di simbolismi psicanalitici d'accatto, di sangue (i sicari di scarsissima precisione al tiro e poco valore materiale sono bene comune, pare, in loco) e modi di estrarlo, di allusioni sessuali (non sempre velatissime “tuo fratello aveva un cazzo enorme, non potevi competere con lui” KST a cena, le buone maniere anzitutto); e poi tentativi di scene epico-iconiche e di sfruttamento dei volti a la Sergio Leone (ma lo sguardo perduto di Gosling lascia perennemente interdetti e sospesi su un vuoto di senso e speranza) che culminano in una scazzottata onestamente troppo a senso unico (era chiaro che il 60enne asiatico avrebbe pestato il 30enne biondocchiazzurrato, ma così è veramente troppo: peraltro il tumefatto Gosling che ne esce, con occhi pesti e naso cubista, quasi convince più della versione precedente). Insomma un pasticcio autentico, una crasi impossibile (ed ingiustificabile, appunto) tra misticismi occidentali e pizze in faccia orientali, stilemi onirici con enormi eccessi pulp, qualcosa che sarebbe potuto uscire da un mostruoso ibrido cinematografico (Bruce Lynch, tipo) qualora avesse digerito molto ma molto male (eccesso di soia e spezie, sicuro).

Nel finale un sempre più tristo Panda Gosling ottiene almeno la castrazione che anelava fin dall'inizio tra allucinazioni ed impotenze varie: il taglio delle mani con cui aveva fatto male a papà – e che gli prudono durante tutta la storiaccia, guarda un po', e del resto di cazzotti si occupa, vedi il caso – ma insomma Oidìpus Tyrannos fu scritta 24 secoli fa e riesce meglio in salsa greca che Thai, garantito. Se non altro, appare improbabile un sequel: dio scampi e liberi, valà.

Voto: KKKK perché diverse inquadrature brutte non sono, la fotografia è professionale e se non altro la durata è civile. Insomma, per simpatia e generosità del recensore.

La battuta: “vuoi combattere?” Gosling 5 minuti prima di essere ridotto a carne macinata da un signore che potrebbe essere suo padre se suo padre fosse piccolo e giallo - a riprova che non ci capisce una mazza dall'inizio alla fine.

venerdì 24 maggio 2013

La Grande Bellezza - Una piccola recensione

Mai avremmo voluto scrivere su questo blog di Paolo Sorrentino. Mai avremmo voluto ammettere che uno dei nostri registi più talentuosi e spregiudicati, l’unico della presente era che sarà ricordato anche al di fuori degli italici confini, è sprofondato nella propria maniera, specchiandosi nell’abilità visiva e tralasciando ogni scrupolo narrativo. Ma già dal titolo “La Grande Bellezza”, sua ultima fatica, evoca presagi minacciosi. Si parla di Roma, sì, scenograficamente (e ben venga, comunque, un autore che ne sfrutti una volta tanto il suo maestoso impatto visivo), ma più in generale della capacità, di ogni essere umano, di cogliere uno sprazzo di immensità fra le strettoie della quotidiana miseria. Tema non nuovo, già indagato programmaticamente in “American Beauty”, ma qui filtrato attraverso una “Dolce vita” di mezzo secolo più tardi, dopo “Cafonal” e il botox, le febbrili appariscenze televisive e il desiderio di dimenare a più non posso il corpo, a riempire la desolazione dello spirito.
Ha 65 anni Jep Gambardella, protagonista della pellicola (interpretato, more solito magistralmente, da Toni Servillo), giornalista di costume noto per un romanzo di successo di 40 anni prima, mai più replicato, e abbastanza ricco da potersi concedere una residenza con sconfinata terrazza vista Colosseo, dove organizza feste notturne a base di discobar e disperazione. Vive da dandy disincantato, senza ambizioni se non quella di eludere la noia, e con la sola compagnia, a casa, di una colf.
Per buona parte delle sue giornate, assai più meridiane che mattutine, non fa che girovagare per le strade della Capitale, a volte per lavoro, più spesso per svago, sfoggiando una combinazione sempre diversa di spezzato, pochette e sigaretta a mezz’asta. Conquista donne, anche senza volerlo. E l’unica che potrebbe complicargli la trama, Ramona (un’ottima Sabrina Ferilli, finalmente recuperata al cinema, col solo rammarico degli zigomi a palle da tennis, eredità dell’epoca-calendario), se ne va a metà dell’opera.
Non gli succede nient’altro, salvo condividere le tristezze altrui: per esempio quella dell’amico Romano, drammaturgo fallito, a cui Carlo Verdone presta faccia e cliché della sua versione più adulta, cioè l’uomo sensibile, insicuro e sconfitto che alla fine si rassegna alle asprezze del mondo; oppure di Viola, madre di un ragazzo problematico che finirà per suicidarsi, impersonata da una credibile Pamela Villoresi. L’unica che sembra salvarsi, nella girandola di ordinari frustrati e infelici che frequenta, è Dadina, la direttrice della rivista per cui lavora (interpretata, per motivi oscuri, da una nana).
In mezzo a questo stiracchiato incedere, Sorrentino piazza le consuete sciabolate di istantanee, carrellate e scherzi di montaggio, qui particolarmente invadenti, vere primattrici, forse vera dissimulata “bellezza” del film. Sono puro estetismo, per dire, la gita di Servillo e Ferilli in un antico palazzo romano, rischiarato dal candelabro di un custode fuori orario (fa molto “Paziente inglese”) o l’insistita, interminabile, sequenza iniziale del party in terrazza. Ed è esagerato il richiamo, in varie forme, alle figure delle suore, un’autentica ossessione, sublimata nel personaggio finale della Santa, una centenaria “sorella” in visita a Roma, che della fede in qualcosa di diverso dall’ordinaria mondanità dovrebbe essere simbolo e sacrificio.
Alla fine, non si tratta di un’opera corale (la solitudine è da sempre una cifra stilistica del regista) ma nemmeno di una biografia, per quanto dolente: piuttosto, ed è la cosa più triste da constatare, di un insieme di luoghi comuni sulla fine del primo amore, sul passaggio del tempo, sull’inesorabile scacco a qualsiasi pretesa di speranza. Il tutto, con l’aggravante di futili riferimenti a certi padri spirituali: passi la citazione dell’introduzione al “Viaggio al termine della notte” di Celine (che tuttavia parlava di guerra, schiavi e pezzenti, non di feste altoborghesi) o il gratuito riferimento a Dostoevskij, ma davvero non si comprende a cosa serva la chiusura di stampo heideggeriano sul chiacchiericcio quotidiano che seppellisce la vera realtà, coi suoi patimenti e spasimi.
A Sorrentino, si sa, basterebbe qualche immagine per dire tutto – ne è esempio lo splendido cortometraggio “La partita lenta” – senza bisogno di cercare ad ogni costo la frase o il personaggio ad effetto, spesso slegati dal contesto. Per questo fa rabbia vedere che, accanto a trovate geniali, come la scelta di far interpretare a Serena Grandi una debordante, sfatta frequentatrice dei ritrovi serali di Jep (una specie di Anita Ekberg al contrario, per restare in tema felliniano), venga totalmente sprecata la risorsa di Roberto Herlitzka, costretto alla macchietta di un inutile prelato che ammorba gli interlocutori con ricette della più varia risma.
Certo ci sono, come sempre, alcuni momenti in grado di ripagare il biglietto: per esempio la strepitosa performance del padre di Ramona, che imperterrito sgrana come ghiaia parole sulla propria, e altrui, decadenza, oppure il ritorno del protagonista a casa del marito della sua prima fidanzata, morta da poco, in cui, fatta conoscenza con la nuova compagna dell'uomo, e con le loro banalissime abitudini serali (televisione e a letto), esclama partecipe: “che belle persone che siete”, in puro stile “Amico di famiglia”. Ma non basta, se tutto il resto non va oltre un vago, benché reiterato, riferimento alla morte. E se non era richiesta la profondità della “Notte” di Antonioni, controcanto lugubre alla “Dolce vita”, quantomeno era lecito aspettarsi maggior coraggio e umanità. Ossia, più semplicemente, il contenuto.

Giudizio: KK