giovedì 22 marzo 2012

SOTTO L'ABITO TALARE NIENTE (L'ALTRA FACCIA DEL DIAVOLO)

Facciamo in fretta, una recensio brevis (nuova categoria?), ché avrei daffare – e poi il film in questione non è così tanto brutto. O forse lo è, però non riesce a farsi odiare, ad indignarmi a dovere: perché si tratta di una cosa a basso budget, raffazzonata il giusto, finto documentaristica non perché si credano fighi ma perché proprio i soldi per un dolly non ce li avevano, chiaramente.

Eppoi diciamocelo: quando nella locandina infilano le suore con occhi indiavolati che poi nel film non ci sono (trattasi di una Sorella vecchiarda cieca che compare sì e no un secondo), i titoli di coda sono infarciti di manovalanza est-europea (che a Hollywood non li toccherebbero nemmeno coi guanti da giardinaggio) e nel film si presentano multiple inquadrature di carabinieri in servizio (sì, vabé) avete già capito tutto: siamo poco oltre un cazzo di reality nostrano, per qualità realizzativa.

Il tutto è, fortunatamente, a supporto di una sceneggiatura tipo ore 10 calma piattissima: non c'è una sorpresa che sia una, si segue un canovaccio très canonico, alla fine muoiono tutti ripresi da telecamera fissa con immagine che va e viene. Tipo Blair Witch sulla Tiburtina, insomma; già, perché si sta a Roma, per la maggior parte della cosa. Che, in sintesi, va come segue: una bella poco più che sbarbi (dichiara 29 anni ma ne ha di meno, o ne dimostra di meno: sì insomma è abbastanza gnocca con tendenza latina nei lineamenti, come si conviene) americana a nome Isabella Rossi (molto yankee) decide di girare un documentario “per la sua mamma”. La quale mamma (Maria Rossi, la fantasia al potere) ha, in una tranquilla (pallosissima) cittadina americana massacrato tre persone che cercavano di esorcizzarla, venti anni or sono, ed è stata in seguito rinchiusa in un ospedale psichiatrico in quel di Roma. Mah. La semisbarbi apprende del fatto dal padre, che le rivela il tutto quando compie 25 anni, salvo morire (lui) tre giorni dopo: ella non coglie il lievissimo presagio di sventura e si reca quindi, con al seguito un operatore (Michael, un rompicoglioni di raro talento – non cinematografico), nel Belpaese. Ivi si intrufola a lezioni di esorcismo, seduce con la propria determinazione un paio de preti poco propensi a rispettare le regole (e che vivono in un ménage di quelli che poco piacciono a Papa Ratzy, solo che non si può dire apertamente) e con essi si imbarca nell'impresa di determinare se mammeta sia realmente posseduta dal diavolo oppure sia solo per niente sana di mente. Indovinate come va a finire? Bravi.

La cosa bella è che, nel tutto, si vedono (o si intuisce come vanno a finire) tre esorcismi: in due dei quali schiantano tutti. Nel terzo una innocente ragazzetta assai invasata fornisce le uniche mosse spettacolari in senso classico del termine (camminata sui muri tipo ragno, fontana di sangue dai genitali, arti slogati in svariate direzioni etc, come insegna l'Esorcista – quello vero, ostia!) eppure viene, pare, liberata. In 7 minuti netti. Roba che pareva che i due pretini sapessero il mestiere loro. Invece. Non è stato poi così breve. Il film, per fortuna, un'ora e un quarto più dei lentissimi titoli di coda.

Ps: ah, sì, dimenticavo: strepitoso il momento in cui il prete cicciozzo, dopo aver tentato di liberare Mariarossi-non-pregare-per-noi da una pletora di demonii, si reca ligio ad officiare un battesimo. Paciosissimo, si mette ad annegare l'infante. La famiglia, pare, non lo richiamerà per la comunione.

martedì 21 febbraio 2012

Un été brulant - Recensione piena d'entusiasmo

Avvertenza preliminare: questo è un film mancato. Mancato, s’intende, dal suo recensore, che è arrivato in ritardo alla proiezione, ne conserva ricordi vaghissimi (e non proprio entusiasmanti) e non ha nessuna voglia di tappare le falle filologiche con fonti d’accatto.
Perché scriverne, allora? Perché si tratta pur sempre di una rubrica di servizio, dunque non si tace nulla, nemmeno quel poco che resta di un’esperienza trascurabile.

"Un été brulant", opera di uno degli epigoni (?) della Nouvelle vague, Philippe Garrel, è stato presentato in anteprima a critica e pubblico all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Non disponendo del fatidico accredito per godercelo in Sala Grande (l’accredito essendo un tesserino magico che consente l’accesso ai palchi più ambiti della kermesse, elargito a chiunque lavori/sia implicato/stringa mani nel mondo del cinema, purché in via ufficiale), ci siamo accontentati della contemporanea visione al Palabiennale, variante popolare che permette di fruire, con unico biglietto, delle due prime della serata. Per capirci, un po’ come assistere al torneo di Wimbledon dalla collinetta dei backpackers, col megaschermo installato fuori dallo stadio.

Nell’occasione, l’impresa in questione ne seguiva un’altra, decisamente più invitante (forse quella di Cronenberg, ma non ci giureremmo), che ci aveva alfine indotto ad accettare il rischio del grindhouse – perché, siamo onesti, chi firmerebbe in bianco per una storia che ha come interprete principale Monica Bellucci? Appunto, nemmeno noi.
Mal, tuttavia, ce n’è incolto. Perché, forse a causa della prolungata transumanza al bar nell’intermezzo degli spettacoli, forse per via di un increscioso errore di valutazione sui tempi tecnici di consumazione decorosa di un panino, la cinematografia intellettuale di Garrel è iniziata in nostra assenza.

Per carità, si può sopravvivere. Ma ci si gioca subito l’unico motivo d’interesse del tutto – il nudo della suddetta Bellucci nelle sequenze iniziali, tanto decantato dalla stampa quanto non esattamente inedito – e lo svelamento del finale – la morte del protagonista, schiantatosi in macchina contro un albero, da cui si dipana l’integrale flashback successivo.
Quel che resta è un film francese su un doppio legame amoroso. È quindi garantito che si apprezzeranno, in serie, atmosfere languide, sguardi d’abbandono, discorsi poco convinti, altrettanto poco convinte reazioni, urla estemporanee, pianti, sceneggiatura dilavata, ovatta, silenzio. Ed eterni pomeriggi, preferibilmente in terrazza.

Tra l’altro non siamo nemmeno a Parigi, ma a Roma, in un quartiere residenziale di lusso, alle prese con un menage formato da un giovane pittore francese (Louis Garrel, figlio del regista) e una matura attrice italiana (la succitata signora Cassell). Essi si cornificano vicendevoli – vuoi con sconosciuti, vuoi con puttane – rinfacciandoselo. Ma si amano, o almeno così dicono. Benché poco convinti.
Ad un certo punto ospitano nella loro casa, spaziosa, terrazzata e costosissima, uno spiantato amico di lui con annessa fidanzata (altra attrice, ma meno matura, famosa e nuda della prima). Ne seguono nuovi sguardi d’abbandono, nuove atmosfere languide, ma nessuna cornificazione vicendevole (per dare maggiore verve al racconto, la seconda coppia ha dei gusti diversi dalla prima in fatto di divertissement). E non c’è nemmeno, come avremmo auspicato, alcuno scambio dei rispettivi partner – al massimo si mangiano due spaghi insieme.

In tutto questo aleggiano, non richieste, fastidiose velleità ideologiche: perché, ahinoi, il pittore ricco sfondato (che ha l’aria del classico figlio d’arte senza il talento del genitore ma con le relative entrature) favoleggia dai suoi ozi l’importanza di non cedere al conformismo borghese, di essere sempre e sufficientemente progressista, purché non tocchi a lui fare la rivoluzione. L’ospite, invece, che strillona tra le strade di Francia le ultime edizioni di una specie di “Lotta comunista” locale, sembra ancora duro e puro (per non cedere al didascalismo, l’autore ci mostra una scena a caso di immigrati malmenati con successivo insulto a Sarkozy) e coltiva a più riprese l’incomprensibile ambizione di tessere un dialogo sul tema con lo scazzatissimo amico.

Per fortuna, Monica Bellucci riempie la scena. Una volta urla estemporanea perché ha visto un topo, un'altra balla con uno sconosciuto per circa mezz’ora al solo scopo di ingelosire il pariolino, un’altra ancora, al termine di una poco convinta discussione in francese, esala spossata un italianissimo “basta”. E noi con lei.
Alla fine, se non altro, molla l’intollerabile individuo, ne viene seguita sul set di un film in cui sta recitando (vabè, si fa per dire), fugge con altro urlo estemporaneo, sparisce definitivamente.
Egli, per disperazione, si schianta appunto in auto. E, in quello che ci era sembrato il finale, deve pure sorbirsi nel letto d’ospedale il monologo punitivo, senza capo né coda, di un vecchio rintronato (interpretato, suo malgrado, da Maurice Garrel, nonno dell’attore e padre del regista).

A questo punto, i pochi spettatori rimasti tra le file del Palabiennale – alcuni si erano eclissati già dopo i primi venti minuti, altri erano caduti per la noia, altri ancora, con ogni probabilità, si erano trattenuti al bar – hanno iniziato un lamentoso mugugno, ottimo per svegliarsi e scoprire (essendo entrati in ritardo) che il protagonista muore, chiudendo così la tragica operazione.
In conclusione: quale sia lo scopo del film non è dato sapere. Quali i criteri che l’hanno ammesso a concorrere per il Leone, idem. Sulle ragioni per cui non ha vinto invece, beh, forse avremmo un paio di idee.

LA SCHEDA
Un été brulant
La frase: "Ma questo è in concorso?"
Sconsigliatissimo: a chi, sentendo parlare di Nouvelle vague, pensa all'implacabile Rohmer o al monello Truffaut. Scordateveli.
Giudizio: KKK (ne merita di più, ma è troppo noioso)