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lunedì 3 giugno 2013

SOLO DIO PERDONA o LE CONSEGUENZE DELLA PRUDENZA DELLE MANI

Ed è decisamente meglio che all'infinita clemenza si raccomandino gli artefici di tanta infamità, lo si dica chiaramente e fin da subito: il film in questione è una bestialità senza salvezza. Che fosse in concorso a Cannes desta meraviglia, anzi forse meglio sarebbe dire sospetto, tremendo sospetto. O è la burla cinematografica del 21mo secolo oppure qualcuno dovrà molte, moltissime spiegazioni – e sarà meglio che siano convincenti.

Refn ci aveva tutti sedotti, impertinente, in tempi recenti col bellissimo Drive: un'indagine sulla sua produzione precedente aveva lasciato qualche dubbio di costanza di rendimento e purtuttavia pareva di cogliere sicuro il talento, magari ancora alla ricerca di una modalità espressiva (non che mancassero le idee, soprattutto visive) ma presente ed in ascesa. Si apprende dunque con gioia dell'imminente uscita del nuovo suo lavoro, per di più in ribadita accoppiata col suo feticcio Ryan Gosling (eccellente reincarnazione postmoderna di Stallone nel succitato Drive) e con la presenza – preannunciata sulfurea oltre ogni dire – della sempre splendida Kristin Scott Thomas. Concorso a Cannes de rigueur e, a stretto giro di posta, debutto in sala nostrana: tutto concorreva a proporci l'ottimo finale di un fine settimana. S'aggiunga la durata modica (90 minuti, di quelle cose che ti fanno, ignaro, invocare un “ma perché non lo fanno tutti di contenersi nei tempi?” - ottimismo classicamente foriero di sventura) e si deduce l'inevitabilità della scelta: visione, senz'altro.

I 90 succitati minuti sono sconcertanti a dir poco: NWR ha confezionato un'ingiustificabile sequenza di inquadrature ad effetto in salsa rosso scuro (tocchi di blu, rarissimi gialli, una sola scena alla luce del sole), appiccicate con lo sputo ad una trama che generosamente definiremo risibile e con inserti comici (ahi: involontari!) di rara potenza. Tra le hit:
  • la Scott Thomas, un tempo lady di provata eleganza e capacità attoriali, conficcata a viva forza in un ruolo grottescamente sgradevole, con pose da diva anni '40 (perennemente fumante et perennemente schifata dalla sigaretta che tiene a distanza equilibrandosi mirabilmente su tacchi da 15) e vocabolario da scaricatore di porto anni qualsiasi;
  • impossibile da descrivere veramente, comunque (in sostanza): scena di karaoke tra poliziotti, peraltro iterata con lievi alterazioni per tre volte in altrettanti momenti cruciali (mah) del film: se non altro non veniamo beneficiati di sottotitoli quindi ci risparmiamo la traduzione di quella che, verosimilmente, è una hit neomelodica Thailandese (da segnalare che il capo-cantore si commuove della propria stessa intepretazione, ad un certo punto);
  • su tutto e tutti: Gosling, in perenne stato di confusione, evidentemente abbandonato in luoghi sconosciuti ed in balia di ignoti si lascia andare a faccine buffe d'ogni sorta e si guarda attorno stranito (commovente nel suo non avere un'idea), costantemente sull'orlo di una crisi di panico (verosimilmente per essersi trovato a Bangkok senza preavviso e nel mezzo di un disastro cinematografico di proporzioni ragguardevoli, per giunta).

Non vorremmo privare il pubblico dei piaceri della trama (scriverlo senza ridere è impresa non da poco) quindi ci limitiamo a sintetizzare: dei bianchi trapiantati a Bangkok (per motivi che verranno, circa, chiariti in seguito) gestiscono ufficialmente una palestra di Thai Box (“quel covo di froci” KST dixit) in realtà scontatissima copertura per giri di stupefacenti e puttane. Il fratello senior, viziosetto, gira nottetempo la città in cerca di sesso con minori, cosa che dovrebbe non essere tanto difficile nella parte del mondo in questione ma che egli trasforma in un casino immane a base di stupro ed omicidio (“avrà avuto le sue buone ragioni”, sempre KST). Rimasto bellamente sulla scena del delitto incorre nelle ire (giuste?) di un non ben qualificato (“lo sai chi è lui?” no, francamente) descamisado che gira a capo della polizia locale, o se non altro di un gruppetto non esattamente ligio alla procedura. Costui è un attempato ma combattivissimo autoctono che cammina come un minus habens (braccia lungo i fianchi, palmi rivolti all'indietro) ma domina i bassifondi a colpi di uno spadone/coltellone che estrae sanza colpo ferire da non si sa bene dove (zona fondoschiena, comunque) e maneggia con maestria da Campione Mondiale di Wok alle verdure: fantasiosi i modi in cui affetta coloro su cui impartisce la sua (a voler essere pignoli un po' sommaria) giustizia. Ne seguirà un vortice di vendette incrociate nel quale precipitano la premurosa mammina frettolosamente recatasi nel sudest asiatico (appunto la Scott Thomas con extensions bionde, braccia cicciotte e tendenze sado-maso-porn-incestuosomicide) e da subito incline ad inimicarsi i locali (“ ho volato 16000 km, sono in piedi da 30 ore e questa puttana non vuole darmi la stanza”), lo stesso figlioletto Gosling che pure cercava di fare il bravo risparmiando l'esecutore materiale del primo delitto (e presentando alla genitrice la sua “fidanzata”: peccato che KST la sgami immediatamente come prostituta – fatto non troppo ragguardevole considerando che sono tutte puttane, nessuna esclusa, le abitanti di Bangkok secondo Refn – e come tale la apostrofi a cena) ed appunto il misterioso attempatello che spadroneggia su madamini e malfattori di cui sopra (con accoliti, è chiaro).

Grande spreco di simbolismi psicanalitici d'accatto, di sangue (i sicari di scarsissima precisione al tiro e poco valore materiale sono bene comune, pare, in loco) e modi di estrarlo, di allusioni sessuali (non sempre velatissime “tuo fratello aveva un cazzo enorme, non potevi competere con lui” KST a cena, le buone maniere anzitutto); e poi tentativi di scene epico-iconiche e di sfruttamento dei volti a la Sergio Leone (ma lo sguardo perduto di Gosling lascia perennemente interdetti e sospesi su un vuoto di senso e speranza) che culminano in una scazzottata onestamente troppo a senso unico (era chiaro che il 60enne asiatico avrebbe pestato il 30enne biondocchiazzurrato, ma così è veramente troppo: peraltro il tumefatto Gosling che ne esce, con occhi pesti e naso cubista, quasi convince più della versione precedente). Insomma un pasticcio autentico, una crasi impossibile (ed ingiustificabile, appunto) tra misticismi occidentali e pizze in faccia orientali, stilemi onirici con enormi eccessi pulp, qualcosa che sarebbe potuto uscire da un mostruoso ibrido cinematografico (Bruce Lynch, tipo) qualora avesse digerito molto ma molto male (eccesso di soia e spezie, sicuro).

Nel finale un sempre più tristo Panda Gosling ottiene almeno la castrazione che anelava fin dall'inizio tra allucinazioni ed impotenze varie: il taglio delle mani con cui aveva fatto male a papà – e che gli prudono durante tutta la storiaccia, guarda un po', e del resto di cazzotti si occupa, vedi il caso – ma insomma Oidìpus Tyrannos fu scritta 24 secoli fa e riesce meglio in salsa greca che Thai, garantito. Se non altro, appare improbabile un sequel: dio scampi e liberi, valà.

Voto: KKKK perché diverse inquadrature brutte non sono, la fotografia è professionale e se non altro la durata è civile. Insomma, per simpatia e generosità del recensore.

La battuta: “vuoi combattere?” Gosling 5 minuti prima di essere ridotto a carne macinata da un signore che potrebbe essere suo padre se suo padre fosse piccolo e giallo - a riprova che non ci capisce una mazza dall'inizio alla fine.

venerdì 24 maggio 2013

La Grande Bellezza - Una piccola recensione

Mai avremmo voluto scrivere su questo blog di Paolo Sorrentino. Mai avremmo voluto ammettere che uno dei nostri registi più talentuosi e spregiudicati, l’unico della presente era che sarà ricordato anche al di fuori degli italici confini, è sprofondato nella propria maniera, specchiandosi nell’abilità visiva e tralasciando ogni scrupolo narrativo. Ma già dal titolo “La Grande Bellezza”, sua ultima fatica, evoca presagi minacciosi. Si parla di Roma, sì, scenograficamente (e ben venga, comunque, un autore che ne sfrutti una volta tanto il suo maestoso impatto visivo), ma più in generale della capacità, di ogni essere umano, di cogliere uno sprazzo di immensità fra le strettoie della quotidiana miseria. Tema non nuovo, già indagato programmaticamente in “American Beauty”, ma qui filtrato attraverso una “Dolce vita” di mezzo secolo più tardi, dopo “Cafonal” e il botox, le febbrili appariscenze televisive e il desiderio di dimenare a più non posso il corpo, a riempire la desolazione dello spirito.
Ha 65 anni Jep Gambardella, protagonista della pellicola (interpretato, more solito magistralmente, da Toni Servillo), giornalista di costume noto per un romanzo di successo di 40 anni prima, mai più replicato, e abbastanza ricco da potersi concedere una residenza con sconfinata terrazza vista Colosseo, dove organizza feste notturne a base di discobar e disperazione. Vive da dandy disincantato, senza ambizioni se non quella di eludere la noia, e con la sola compagnia, a casa, di una colf.
Per buona parte delle sue giornate, assai più meridiane che mattutine, non fa che girovagare per le strade della Capitale, a volte per lavoro, più spesso per svago, sfoggiando una combinazione sempre diversa di spezzato, pochette e sigaretta a mezz’asta. Conquista donne, anche senza volerlo. E l’unica che potrebbe complicargli la trama, Ramona (un’ottima Sabrina Ferilli, finalmente recuperata al cinema, col solo rammarico degli zigomi a palle da tennis, eredità dell’epoca-calendario), se ne va a metà dell’opera.
Non gli succede nient’altro, salvo condividere le tristezze altrui: per esempio quella dell’amico Romano, drammaturgo fallito, a cui Carlo Verdone presta faccia e cliché della sua versione più adulta, cioè l’uomo sensibile, insicuro e sconfitto che alla fine si rassegna alle asprezze del mondo; oppure di Viola, madre di un ragazzo problematico che finirà per suicidarsi, impersonata da una credibile Pamela Villoresi. L’unica che sembra salvarsi, nella girandola di ordinari frustrati e infelici che frequenta, è Dadina, la direttrice della rivista per cui lavora (interpretata, per motivi oscuri, da una nana).
In mezzo a questo stiracchiato incedere, Sorrentino piazza le consuete sciabolate di istantanee, carrellate e scherzi di montaggio, qui particolarmente invadenti, vere primattrici, forse vera dissimulata “bellezza” del film. Sono puro estetismo, per dire, la gita di Servillo e Ferilli in un antico palazzo romano, rischiarato dal candelabro di un custode fuori orario (fa molto “Paziente inglese”) o l’insistita, interminabile, sequenza iniziale del party in terrazza. Ed è esagerato il richiamo, in varie forme, alle figure delle suore, un’autentica ossessione, sublimata nel personaggio finale della Santa, una centenaria “sorella” in visita a Roma, che della fede in qualcosa di diverso dall’ordinaria mondanità dovrebbe essere simbolo e sacrificio.
Alla fine, non si tratta di un’opera corale (la solitudine è da sempre una cifra stilistica del regista) ma nemmeno di una biografia, per quanto dolente: piuttosto, ed è la cosa più triste da constatare, di un insieme di luoghi comuni sulla fine del primo amore, sul passaggio del tempo, sull’inesorabile scacco a qualsiasi pretesa di speranza. Il tutto, con l’aggravante di futili riferimenti a certi padri spirituali: passi la citazione dell’introduzione al “Viaggio al termine della notte” di Celine (che tuttavia parlava di guerra, schiavi e pezzenti, non di feste altoborghesi) o il gratuito riferimento a Dostoevskij, ma davvero non si comprende a cosa serva la chiusura di stampo heideggeriano sul chiacchiericcio quotidiano che seppellisce la vera realtà, coi suoi patimenti e spasimi.
A Sorrentino, si sa, basterebbe qualche immagine per dire tutto – ne è esempio lo splendido cortometraggio “La partita lenta” – senza bisogno di cercare ad ogni costo la frase o il personaggio ad effetto, spesso slegati dal contesto. Per questo fa rabbia vedere che, accanto a trovate geniali, come la scelta di far interpretare a Serena Grandi una debordante, sfatta frequentatrice dei ritrovi serali di Jep (una specie di Anita Ekberg al contrario, per restare in tema felliniano), venga totalmente sprecata la risorsa di Roberto Herlitzka, costretto alla macchietta di un inutile prelato che ammorba gli interlocutori con ricette della più varia risma.
Certo ci sono, come sempre, alcuni momenti in grado di ripagare il biglietto: per esempio la strepitosa performance del padre di Ramona, che imperterrito sgrana come ghiaia parole sulla propria, e altrui, decadenza, oppure il ritorno del protagonista a casa del marito della sua prima fidanzata, morta da poco, in cui, fatta conoscenza con la nuova compagna dell'uomo, e con le loro banalissime abitudini serali (televisione e a letto), esclama partecipe: “che belle persone che siete”, in puro stile “Amico di famiglia”. Ma non basta, se tutto il resto non va oltre un vago, benché reiterato, riferimento alla morte. E se non era richiesta la profondità della “Notte” di Antonioni, controcanto lugubre alla “Dolce vita”, quantomeno era lecito aspettarsi maggior coraggio e umanità. Ossia, più semplicemente, il contenuto.

Giudizio: KK

sabato 27 aprile 2013

Come un tuono - La sintesi, innanzitutto

“Se guidi come un fulmine ti schianti come un tuono” non è un proverbio, né una frase particolarmente acuta, ma un brano di sceneggiatura sufficiente a dare il titolo (italiano) all'ultima fatica di Ryan Gosling, ancora pervaso dall'aura di “Drive” e perfettamente spendibile per un po' di maledettismo gratuito. In “Come un tuono” (la versione originale è “The place beyond the pines” e naturalmente non c'entra nulla con l'altra), del non fantasioso Derek Cianfrance, il nostro eroe abbandona la macchina per inforcare una moto da cross, corredandosi di tutti gli ammennicoli del genere: capello ossigenato, bicipite scolpito, tatuaggi lungo il corpo (uno sullo zigomo a forma di pugnale lo rende un singolare Pierrot della suburbia) e sigaretta perennemente pencolante tra le labbra, come a dire: recitare no, ma per un poster siamo in prima fila. Stupisce che il film sia a colori, in un certo senso.
La trama, estenuante, è la seguente: Gosling si guadagna da vivere facendo lo stuntman nelle fiere di paese, quando al termine di un'esibizione viene avvicinato da una sua ex di un anno prima (Eva Mendes, bellissima e basta), scoprendo che ha da poco messo al mondo un figlio suo. La cosa gli ingenera un mostruoso senso di colpa (il padre, quand'era piccolo, l'ha lasciato solo) e lo costringe a restare a Shenectady, un posto boschivo e senza dio dalle parti di New York, mollando la compagnia di giro per cui lavora per crescere il pargolo. L'impresa, tuttavia, si presenta da subito disperata: la Mendes, in sua assenza, si è sistemata con la madre e il bimbo a casa del suo nuovo uomo, di colore, che non vede esattamente di buon occhio il ritorno di fiamma. Per di più Gosling non ha un soldo e indossa solo t-shirt bisunte, benché sia ancora chiaramente amato da lei.
Per rimediare si impiega allora da un meccanico del luogo il quale gli consiglia, per sfondare nella società, di rapinare banche: data la sua abilità con la moto, è anche disposto a fargli da complice. Il nostro ci mette poco ad accettare e inizia una nuova carriera, riaccreditandosi a suon di bigliettoni agli occhi della famiglia. Il precipizio, però, è dietro l'angolo: una mattina, Gosling fa una sorpresa alla suocera e si presenta con dei regali per il figlio, compreso un lettino nuovo. In pieno bricolage si imbatte però nel rientro del padrone di casa e, invitato ad andarsene, lo colpisce con una brugola e finisce al fresco per lesioni aggravate.
Il resto è pura discesa agli inferi: il complice gli paga la cauzione ma non vuole più partecipare a nessun colpo, la Mendes si rifuta di vederlo perché – stranamente – inquietata dalla sua impulsività e, come non bastasse, il suddetto ex partner gli sabota pure la moto a scopo dissuasivo (ritrovandosi, per tutta risposta, con una pistola in bocca, lieto di dargli i soldi per comprarsene una nuova). Bisogna far da soli: ma all'ultima rapina qualcosa va storto e l'improvvisato fuorilegge finisce con la polizia alle calcagna. Si rifugia allora in una casa, inseguito dall'agente di turno (un improbabilissimo Bradley Cooper con capello a spazzola e rasatura da poppante) che, con un'incursione da manuale, lo fredda proprio mentre sta dettando le sue ultime volontà al telefono alla Mendes: non parlare mai di me a mio figlio.
Già basterebbe, ma sono passati solo tre quarti d'ora: defunta la prima star, la storia passa – purtroppo – nelle mani dell'altra, e parte un secondo giro di rimorsi: ribaltata la verità nel rapporto ufficiale (anche Gosling ha sparato, ma solo per reazione alla maldestra irruzione del poliziotto, ferendolo alla gamba), l'implume è celebrato come eroe dal distretto ma viene a scoprire che la sua vittima aveva un figlio di un anno, come lui. Per di più i colleghi (sostanzialmente una cricca di mafiosi capitanata da Ray Liotta – e chi se no?), per allietargli la convalescenza, lo conducono a una perquisizione illegale in casa della famiglia della Mendes, sequestrando i proventi delle rapine e spartendosi con lui il bottino.
Ormai moralmente devastato, Cooper decide quindi di spifferare tutto (beh, a parte la propria responsabilità) al commissario il quale, anch'egli uomo d'onore, gli consiglia per il suo bene di tenere la bocca chiusa. Liotta, scoperta la soffiata, gli tende invano un agguato nel bosco (è forse quello il “place beyond the pines” del titolo), inducendolo a un cambio di strategia: consigliato dall'arcigno padre giudice (e dàgli), andrà a denunciare le malefatte all'ispettore capo, in cambio di un posto di viceprocuratore (Cooper è laureato in legge e pare che questo in America sia più o meno equivalente ad aver separato il Mar Rosso) e dell'immunità sempiterna.
Il piano funziona e ci consente, se non altro, di giungere alla terza e ultima parte del film, ormai di una pesantezza intollerabile. Sono passati quindici anni, Bradley Cooper è diventato Bradley Cooper (cioè col capello giusto, i completi su misura e la barba di un giorno) ed è in piena campagna elettorale per farsi eleggere procuratore generale: al funerale del padre, apprendiamo che si è separato dalla moglie e che suo figlio, ora 17enne, vuole andare a vivere con lui. Ennesimo rapporto problematico, se mai l'antifona non fosse sufficientemente chiara.
L'obiettivo si sposta allora sugli eredi dei due protagonisti, che ovviamente si incontrano a scuola e fanno amicizia, a suon di canne e pasticche di ecstasy. Sorpresi nel bel mezzo di uno spaccio finiscono al commissariato, e lì Cooper scopre che il figlio ha conosciuto la persona sbagliata. Scontato l'effetto-domino successivo: tra una confidenza e una ricerca su internet, l'amara verità verrà a galla, spingendo il successore di Gosling a procurarsi una pistola e far giustizia del passato. Riuscirà soltanto a trascinare Cooper nel già citato “posto oltre i pini” (o giù di là), intimandogli di mettersi in ginocchio e chiedere perdono, e scucendogli con l'occasione il portafoglio. Vi troverà i soldi necessari per comprarsi una moto ed emulare i vagabondaggi paterni, nonché – con sua sorpresa – una foto di famiglia col padre che lo tiene in braccio, trafugata all'obitorio dal poliziotto a (vana) redenzione del proprio crimine. La spedirà alla madre come ogni ribelle che si rispetti, mentre Cooper, sano e salvo, festeggerà la propria elezione con gli applausi filiali. A conti fatti, tre film, due ore (e venti) di durata, una sola idea. La sintesi, innanzitutto.

Note a margine:

  • Rivedibile il casting per la parte del figlio di Gosling: in teoria, all'inizio del film, dovrebbe avere non più di due-tre mesi, ma il bimbo scritturato è chiaramente più grande (oltre ad essere di lineamenti nordici, con buona pace delle origini latine della madre);
  • Esilaranti le riprese delle fughe in moto: per rendere il tutto più concitato, il regista crea un effetto accelerato tipo comiche di Benny Hill: bastava un po' di montaggio action;
  • Del tutto inverosimile la svolta della prima parte: prima di entrare in banca per il suo colpo fatale, il protagonista scopre di aver dimenticato il bavaglio. Tuttavia va avanti lo stesso: c'è un'altra ora e mezza di trama, non si può aspettare;
  • Assoluta la sequenza dell'inseguimento: il poliziotto che avvista per primo Gosling descrive al millimetro l'evolversi della situazione alla centrale e, quando finalmente è giunto a mezzo metro dal ricercato, anziché spianargli la pistola davanti preferisce continuare la radiocronaca stile “tutto il calcio minuto per minuto”, cedendo poi la linea a Cooper;
  • Memorabile il momento in cui due poliziotti, brandendo la pistola, urlano al cadavere di Gosling di alzare le mani.

Giudizio: KKKk

sabato 30 marzo 2013

The host - Andiamo a mietere il grano

Ritorna, inesorabile, la rubrica “Stai seria con la faccia ma però”. Ospite del giorno (è proprio il caso di dirlo) “The host” di Andrew Niccol, dalla pluricelebrata (per “Twilight”) Stephanie Meyer. Trattasi di ennesima rivisitazione del sempiterno tema della convivenza tra uomini e alieni, in genere scongiurata a colpi di battaglie apocalittiche quando non risolta dalla colonizzazione in pectore del nostro pianeta (chi si ricorda del mitico “Essi vivono” di Carpenter?). Qui si sceglie la seconda strada, con l'addizione dell'apparente vocazione pacifistico-ecumenica degli ospiti, che una volta giunti sulla Terra pensano bene di bonificarla occupando i corpi dei selvaggi umani di turno.
La prassi è presto detta: stordito che sia il neanderthaliano nostro simile, i raffinatissimi conquistatori, di forma vagamente spermatozoica, vengono inoculati da appositi Guaritori (sic) nelle membra dell'incivile autoctono, invadendone la mente prima che il corpo e lasciando, quale unico segno visibile della loro (com)presenza, un cerchio di luce attorno alle iridi. Nella maggior parte dei casi, l'Anima in transito non trova resistenze nell'umano precedente e lo atrofizza al punto da annullarlo. Ma in alcune, sfortunate, evenienze, capita che il cervello originario continui a funzionare e poco tolleri, come si comprenderà, la convivenza con il nuovo arrivo.
Eccoci quindi al film. Catturata dagli alieni dopo un fallito tentativo di fuga, Melanie (Saoirse Ronan, già nel recensito “Amabili resti”) subisce il trapianto nei propri visceri di tale Viandante (un'Anima di circa mille anni, già stata in svariati pianeti, secondo cui c'è vita anche lì ma, a quanto pare, non così interessante come da noi – saranno le disco) e ingaggia subito una battaglia senza esclusione di colpi con lei. Vuole evitare, in particolare, che la sgradita inquilina, che ha accesso ai suoi segreti, sveli dove si trovano tutti i suoi affetti rimasti (il fratellino Jason e il drudo Jared) alla bieca Cercatrice (un'algida, e piuttosto insopportabile, Diane Kruger).
Ne esce un singolare ritratto della schizofrenia. La nostra combatte coi propri ricordi (amplessi col drudo, per lo più) e trova parecchie difficoltà ad eterodirigere l'Anima in affitto, che comprende la situazione e sviluppa una sorprendente empatia con la padrona di casa. Entrambe, in qualche modo, si coalizzano contro la Cercatrice predetta, che con fare teutonico già medita di spedire l'inefficiente Viandante in qualche altro corpo e insinuarsi lei nel corpo di Melanie. Fiutato il pericolo, e non senza resistenze della timida aliena (sorvoliamo sui dialoghi/monologhi fuori campo della Ronan, pericolosamente sulla linea di confine del ridicolo), la/e protagonista/e trova/no il modo di evadere e scappare verso il deserto.
Qui si rende necessaria una digressione: per riuscire nell'impresa, Melanie/Viandante ruba un'auto a un vecchietto colonizzato, approfittando della sua sincerità e cortesia - “non diciamo mai bugie” – così da ricordarci, inevitabilmente, l'atmosfera fintamente idilliaca del ben più divertente “Demolition man” di quasi vent'anni prima. In quel caso, la San Angeles del futuro non era abitata da extraterrestri, bensì da una nuova classe dirigente, anch'essa ispirata a una new age di pace e prosperità, e a tal punto ingenua da aver sostituito il rock coi jingle pubblicitari. Dietro la facciata immacolata – ogni funzionario andava in giro con uniformi bianche, proprio come gli ospiti elegantoni di cui sopra – covava però una durissima e insopprimibile resistenza di esseri umani vecchio stile, costretti a consumare topoburger nelle fogne pur di sottrarsi all'ipocrisia dominante. Nel film di Niccol, invece, la retroguardia ha scelto una via bucolica: i pochi superstiti si sono infatti radunati sotto il comando di Jeb, zio di Melanie, impersonato da un irresistibile William Hurt versione agreste con cappellaccio, fucile a canne mozze e codino, che per tutta la durata dell'opera elargisce perle filosofiche, ironia non richiesta e pugno duro coi dissidenti. Fiero della propria assurdità, si è anzi rintanato in una grotta sotterranea nel deserto (“non sono io che ho trovato lei, è lei che ha trovato me”) e ne ha fatto un avamposto lealista agli assalti dei conquistatori. Ci coltiva anche il grano, sfruttando il sole attraverso un complicato sistema di specchi girevoli, all'occorrenza oscurabili per sfuggire ai raid aerei degli invasori. Un genio, e un attore finito.
Tanto divagato, ritorniamo alla storia. La fuga ha infine buon esito. Era appunto lo zio l'obiettivo della protagonista. Quando lo ritrova, si innesca tuttavia una spirale di sospetti tra gli accoliti del guru, che non vedono esattamente di buon occhio la reunion, visto che la nipote, con le sue iridi cerchiate, appare un'aliena, e viene subito ritenuta una spia. La situazione si complica ulteriormente perché del gruppo fanno parte anche il fratellino e il drudo di cui sopra, che vive un terrificante conflitto psicologico/ormonale su come approcciare la nuova/vecchia compagna. Perfino il suo sodale Ian – qui la Meyer esagera – si innamora di Viandante (o in realtà di Melanie: beh, del corpo dell'una e della mente dell'altra, se ci credete) e ne ha, ricambiato, un bacio, tra le proteste silenziose dell'originale.
La trama, ad ogni modo, svolta non appena Wanda (il modo in cui l'ineffabile Hart ha ribattezzato l'Anima in prestito) si accorge del segreto scopo degli esseri umani: rapire propri simili ed estrarre gli alieni dai loro corpi, nella speranza di farli tornare come prima. Peccato che il delicato intervento sia messo nelle mani dell'imperito Doc, un onesto maniscalco del bisturi che strappa via le Anime come se mettesse in moto un gommone, sacrificando, con loro, anche i corpi ospitanti. Sarà l'aliena, smaltito il naturale raccapriccio per un simile modus operandi, a spiegare la procedura corretta, rubando agli invasori gli accessori all'uopo (e intascandosi, con l'occasione, una medicina miracolosa che salverà Jason da una ferita in setticemia e le conquisterà, definitivamente, la fiducia del gruppo).
Il resto è fiera dell'ottimismo. La Cercatrice, impazzita di rabbia, usa ogni mezzo per scovare la/e fuggitiva/e, compreso l'accidentale omicidio di un suo sottopancia (nero, come tutti i sottopancia della Kruger, bianca e ariana – ognuno tragga le proprie conseguenze), che gli inimica tutto l'irenico apparato centrale. Quando, disperata, giunge alla meta, Jeb la ferisce e la imprigiona. La sua Anima verrà estratta e spedita nell'aere siderale, a rendere più spiacevoli altri pianeti, mentre Wanda sarà instillata in un corpo diverso da Melanie, così da far contento Jared, che riavrà la sua ragazza, e Ian, che ne troverà finalmente una (la scusa per motivare il tutto è che il nuovo corpo in prestito è di una persona che, precedentemente liberata da un'altra Anima, “sarebbe sicuramente morta” senza un nuovo innesto – mah).
Tanto basterebbe. Ma nel finale ci si racconta insospettabilmente che alcuni alieni, occupati gli esseri umani, stanno iniziando a schierarsi con la resistenza. Le ragioni sono sconosciute: forse un inno alla convivenza, forse, più probabilmente, un tentativo di superare i disturbi bipolari.

mercoledì 27 febbraio 2013

ZERO DARK THIRTY (UN PO' TARDI, ARRIVA ANCHE LA MIA)

Kathryn Bigelow è una regista di film d'azione generalmente per nulla disprezzabili. La precedente definizione serve a sottolineare come, benché svolgendo vari temi e quindi ad un'analisi superficiale prestandosi all'idea di aver attraversato vari generi, ella ha sempre unicamente fatto ricorso alla regia da film d'azione. Montaggio, movimenti di macchina, inquadrature: tutto è sempre fedele alla stessa grammatica: ed anche se i risultati variano in qualità (alcune punte di gran divertimento, altri momenti più dimenticabili) senza dubbio si riscontrano coerenza e padronanza del mestiere. Quanto testé detto riassumeva la sua carriera fino ad un paio di anni fa, allorquando le capitò la disgrazia di dirigere un film più bello ed originale: The Hurt Locker. Tale produzione, premiata altresì dalla critica, si distingue dalle precedenti per l'uso del reale come elemento di sceneggiatura, per l'aver imperniato la trama sull'analisi psicologica dei personaggi (semplice, in quanto si tratta di esseri anomali e quasi costituiti da un solo tratto caratteriale: ma pur sempre di approfondimento e riflessione psicologica si tratta) e per la scelta di adattare lo stile (che rimane quello del film d'azione, ma per la prima volta in tutta la sua carriera esula dal confine del fantastico) alla storia e non viceversa, in una ricerca della spettacolarizzazione del realismo e dell'attualità che è risultata interessante e (almeno nel panorama del cinema occidentale contemporaneo) innovativa. In seguito a ciò, la poveretta si è (pare) convinta di potere o forse dovere segnare il proprio cinema in tal senso, e purtroppo univocamente in tal senso: si è magari persuasa di avere una nuova, efficace freccia al proprio arco e di saperne trarre risultati che fossero appaganti al botteghino ed al vaglio dei critici, completando così un canonico en plein nel suo cuore di regista. Il parto più recente di questo mostruoso processo è il film, inevitabilmente deforme (pluri-candidato agli Oscar e però, lietamente, pauci-premiato), intitolato Zero Dark Thirty.

Trattasi, purtroppo non per caso, della spettacolarizzazione della caccia ed infine la cattura (meglio: l'uccisione) di Osama bin Laden ad opera di una task force della CIA (con al centro una roscia dal carattere di ferro ed una vita privata di tipo cimiteriale) coadiuvata da alcuni muscolari dotati di ogni sorta di diavoleria elettronica onde performare l'assalto al buio. L'opera è spezzata, composta com'è da una lunga prolusione fatta di tutte le pallosissime fasi di indagine, ricerca, frustrazione, lotta coi superiori ottusi (condire con l'occasionale attentato dinamitardo, mescolare male, servire tiepido) a cui viene poi appiccicata una mezz'ora finale di sequenze di azione in stile documentaristico-spettacolare - evoluzione dello stesso Hurt Locker e rialzo sulla puntata di allora dato che non si tratta più “solo” della guerra ma della missione che elimina il capo dei cattivi in persona. Ci sarebbe di che criticare diversi aspetti della pellicola, e da ammorbare con un racconto di epica lungaggine sullo svolgimento della ricerca (lo fa la Bigelow, non lo posso fare io?) ma ci accontentiamo in questa sede (generosità, nostro grande vizio) di tratteggiare i greatest hits:
  • la complessità del carattere dei vari personaggi è totalmente e disperatamente assente: nessuno ha una personalità, nessuno evolve, tutti sono prevedibili e squadrati dal primo all'ultimo istante, esseri immutabili e noiosissimi (un Pantheon del rimbambimento, tipo);
  • la rossa cacciatrice, in particolare, non ha altro nella vita a parte il lavoro: che non presenta esattamente molte occasioni di socializzare, ma insomma dandosi un po' da fare, magari con lo speed-dating o altro...
  • piange, però, quando han fatto fuori il Male impersonificato (un vecchio barbudo e mal vestito che vive rinchiuso in una villa bunker ma assai poco lussuosa in mezzo a dei contadini in Pakistan, per la cronaca) e le chiedono dove voglia esser trasportata ora: realizza, sospettiamo, di non avere mai dato da mangiare al gatto in un decennio;
  • le scene coi corpi speciali che vanno a tanare bin Laden saranno anche belle e realistiche e fatte con dispendio di mezzi ma (a parte che fa venire un po' il mal di mare il continuo passare dalla visione verdina degli occhiali hi-tech al semibuio delle riprese “oggettive”) presentano alcuni momenti di sommo ridicolo involontario: ne scegliamo due
  1. dopo esser giunti nel bel mezzo di un paese straniero con un intero gruppo d'assalto su due elicotteri (stealth, però, quindi anche se volano a 20 metri dal suolo in una città nessuno li nota) i nostri eroi pensano bene di schiantarne uno nel giardino della villa del Signore del Male: non si sveglia nessuno, salvo una capra;
  2. una volta penetrati nel villone-bunker, i buoni in mimetica debbono trovare i residenti e ridurli al silenzio: nel dubbio, sparano e poi chiedono chi-va-là (cowboys, tipico) ma poi, per stanare i più coriacei, si inventano uno stratagemma diabolico: li chiamano per nome nel cuore della notte dopo aver ammazzato a fucilate 5 o 6 dei loro cari. Eccezionale la scena in cui l'esecutore materiale della Giustizia Americana cerca di ingannare il diabolico bin rintanatosi all'ultimo piano della torretta del Male (mini-Mordor, per capirsi) chiamando il suo nome al buio “Osama! Osama!” - il malvagissimo sovrumanamente resiste all'impulso di presentarsi al carnefice gridando “son qua, cazzo!” ma, ahilui, mentre tenta di deambulare rapidamente al buio viene scoperto ed impallinato. Game over, iniziate il prossimo livello.

Nel complesso, un film con grandi debolezze, pochi aspetti convincenti (prettamente di natura tecnica), sventurate cadute nel buffo e, soprattutto, poco o nulla da dire. Avessero dato un oscar di quelli grossi a questo, c'era speranza per tutti.

domenica 10 febbraio 2013

Zero Dark Thirty

Amiamo Katryn Bigelow dai tempi di "Blue steel" e "Point Break" e ci dispiace parlarne male, ma la sua ultima fatica, "Zero Dark Thirty", è, almeno per due terzi (salviamo la mezz'ora conclusiva), di una noia mortale. Certo, il tema della cattura e uccisione di Osama bin Laden è roba da maneggiare con cura (non a caso non lo si vede mai in faccia, nemmeno dopo la morte: se ne colgono solo i tratti essenziali, come la barba lunga), ma la scelta di farci un film implica comunque delle responsabilità cinematografiche: per esempio girare un documentario, o invece una fiction tout court, ma non, ecco, l'amorfa messa in scena, pencolante tra action e reportage, servitaci qui.
Si ha la continua sensazione, assistendo all'inesorabile sgranarsi di torture, agguati e intercettazioni, che, non potendo affrontare di petto la questione – tuttora sostanzialmente top secret, twittate dei vicini di casa a parte – del raid di Abbottabad, Bigelow se ne sia tenuta in disparte, preferendo approfondire, piuttosto, il funzionamento dei servizi segreti. E tuttavia, non disponendo degli scenari metropolitani che fecero grande Pakula (le location sono mediorientali e polverosissime), né di particolari possibilità registiche (il montaggio deve fare i conti con l'ingombrante proliferare dei dialoghi), si sia limitata a svolgere un compito diligente e privo di rischi (esemplare, in tal senso, un banalissimo dialogo tra addetti ai lavori sull'incidenza della religione nel conflitto tra i popoli, fuoriuscito direttamente dal più frusto immaginario collettivo).
Il risultato è, prevedibilmente, un insieme disorganico e indeciso, che affligge la stessa trama: per buona parte della vicenda, pare che l'unica ossessione della protagonista, la diafana funzionaria Maya (un'estenuata Jessica Chastain), inviata dalla CIA in Pakistan, sia la cattura di tale Abu Ahmed, uno dei principali accoliti della rete di bin Laden, poi però, non appena la faticosissima ricostruzione di facce, sospetti e indizi porta la nostra a scovare il nascondiglio del re del terrore, ecco che la storia vira decisa sul contrasto tra lei e l'apparato centrale, restio ad organizzare la retata definitiva, visto il decennio di inseguimenti falliti alle spalle.
In compenso, lo spettatore è già da tempo caduto sul campo, costretto com'è stato a sorbirsi per due ore buone l'ostensione integrale di tutta l'attività giornaliera di spionaggio: la detective, e non solo lei, istupidisce a guardarsi quintali di vhs, matura un paio di occhiaie da competizione, assiste atterrita, e a volte partecipa, agli umilianti interrogatori dei sospettati, si sciroppa un'interminabile serie (ci sono ellissi, ma si intuisce l'andazzo) di false piste, “errori umani” e scetticismi dei superiori, non demordendo mai.
Si è quasi grati anzi che, più o meno a cavallo dei due tempi, Bigelow si ricordi di essere una regista e movimenti lo scenario, e la nostra catalessi, con un paio di esplosioni: la prima, molto riuscita, è l'attentato al Marriott di Islamabad, che sorprende Maya e la collega Jessica (Jennifer Ehle, caratterizzata da un perenne, incomprensibile entusiasmo) nell'unica conversazione sull'inesistente vita privata della protagonista di tutto lo script. La seconda è l'autobomba scoppiata alla base americana in Afghanistan, che se non altro toglie di mezzo la sovreccitata di cui sopra, a tal punto felice di torchiare il terrorista di turno da chiedere improvvidamente alle vedette di non disarmarlo.
Non va meglio, peraltro, con l'ulteriore collega di Maya, Dan (un divertito Jason Clarke), che esordisce scamiciato e barbuto maltrattando un arabo riluttante alla confessione e tiene banco con sevizie assortite per un tempo intero, salvo poi, di punto in bianco (più o meno quando gli ammazzano le scimmie con cui era solito condividere il gelato), tornare alla base elegante e rasato. Sparirà sostanzialmente dal film, tranne una puntata a Kuwait City, nuovamente scamiciato e barbuto, per convincere uno sceicco a scambiare una Lamborghini con preziose informazioni.
Nel mentre, Jessica Chastain ha sperimentato ogni sorta di disagi en travesti - parrucche, pashmine, chador - ed è pure sfuggita rocambolescamente a un attentato, ma nonostante tutto è ancora costretta a pugnare col corpulento, e stolido, direttore CIA (un James Gandolfini parecchio idiota) per convincerlo ad organizzare l'attacco al bunker di bin Laden. Memorabile, in questo senso, l'astuto suggerimento del capoccia per monitorare la presenza del fuggitivo: posizionare una telecamera su uno degli alberi di fronte al compound, talmente brillante che financo l'ultimo dei sottoposti glielo cassa senza pietà.
Alla fine, dopo che Maya ha quotidianamente scarabocchiato i vetri dell'ufficio del suo superiore col numero dei giorni di attesa per il fatidico raid, questi si decide a muovere il culo delle forze speciali e ci fa respirare, se non altro, una mezz'ora di cinema a visore notturno degna dell'autrice. Ma non basta a giustificare un'operazione che, per certi versi, sembra una lastra al negativo del suo bellissimo predecessore The hurt locker. Lì, non c'erano troppe paturnie geopolitiche e del contesto, anziché un trito resoconto, si faceva vero e proprio campo di battaglia, con tanto di tensione e montaggio serratissimi. Per bin Laden meglio ripassare, magari convocando Michael Moore.

Giudizio: KKk

domenica 12 agosto 2012

COSMOTOPONI - UNA LETTERA RECENSIONE (che avevo in canna da un po', ma le imprese di Josefona Idem mi distraggono sempre)

Premessa: avevo intrattenuto uno scambio e-pistolare riguardo a questo film. Ho deciso, come sempre per ragioni di (dis)servizio pubblico e di privatissimi onanismi, di farne recensione. Sfaticato come di consueto (è un credo, sia chiaro) opto per un riciclo parziale di cose già scritte. Per rispetto di punti di vista e diritti altrui non includerò l'intero carteggio: mi limiterò a dar voce alla mia insoddisfazione sotto forma di letterina a D. Cronenberg. Risentita, come si conviene.

Caro David,

posso chiamarti David, vero? Dopo tanti tuoi film visti mi sento quasi di conoscerti. Perlomeno, questo pensavo finché non ho avuto la terribile idea di recarmi con amici a vedere l'ultima tua opera. Premetto subito la sola scusante possibile: dato che vivo, disgraziatamente, in Italia, mi son visto costretto alla versione doppiata di Cosmopolis. Può darsi che, nel processo, si siano persi poesia, profondità, efficacia e senso del ridicolo presenti nell'originale. Se così fosse, mi dovrei onestamente lamentare un po' meno. Avrei comunque voglia di prenderti sotto con la macchina, ma con minor rancore; non so se mi spiego. Ciò detto, permettimi di rubarti un po' di tempo con una sincera disamina del tuo ultimo prodotto. Ho visto il tuo film, dicevo, in compagnia di due amici (uno dei quali, indovina?, è il coautore del blog: avrebbe due parole da dirti pure lui). Ho rischiato il linciaggio a metà proiezione, stante che la proposta era venuta da me. Poi le opinioni divergevano, come giusto: c'è chi pensa che si sia parzialmente riscattato nel finale, ma non abbastanza per salvarsi. Per me, invece, il finale è intollerabile. Mi risulta banale in modo agghiacciante. Rewind.

Avevo sopportato la prima metà (abbondante) nonostante un macroscopico difetto: c'è chi lo ha definito "irto di parole" ma, ammettiamolo, è verboso oltre la decenza.
Capisco bene che additare altri per questo crimine essendo io stesso uno che, non a torto peraltro, è stato accusato più volte di essere orrendamente prolisso possa suonare perlomeno ipocrita. Però io non faccio cinema. Avevo detto, prima di vedere Cosmopolis, che “di Cronenberg temo le ossessioni nei contenuti e non nella forma” (vedi? Parlo di te con rispetto e con la sensazione di conoscerti, perlomeno attraverso le tue creazioni).
Perché c'erano contenuti (almeno, a mio modo di vedere), espressi tramite una forma estremizzata. Qui francamente mi sembra che la forma sia la sola cosa, o quasi. E, laddove di solito tu metti in scena violenza, mutilazione, mostruosità, qui stai perpetrando una violenza sullo spettatore. Non gradisco così tanto, per essere sincero. Borges sosteneva che fosse ridicolo e stupido spendere 500 pagine per una storia che si poteva ben accomodare in 20 righe, e perciò non scriveva romanzi. Estremismo, chiaro, e probabilmente ce lo si può permettere solo se si è Jorge Luis Borges (io so bene di non stare a quell'altezza, credimi lo so e non è per la presunzione folle di esser migliore di te che ti dico quel che ti sto dicendo: è per vero affetto, è per la speranza che non ti capiti più di mettere il bel faccione - senza naso, ma bello, lo ammetto - di Pattinson su locandina e perennemente su schermo e pensare che tanto basti a fare un film).

Estremismi o meno, i pipponi al cine mi risultano indigeribili. Quando poi sono vomitati in modo del tutto atono e privo di passione (ancora: magari in inglese, però mah) per oltre un'ora, si raggiunge un limite pericoloso. Detto ciò, cercavo di farmi portare, di scovare angolature, di trovare una via mia a questo film, a questo libro che non ho letto ma oramai ho ascoltato per intero (domanda: ti piacciono gli audiolibri? A me: no, per niente. Ed allora perché ne ho dovuto sorbire uno al cinema?). Mi rendevo conto che, normalmente, le scelte estetico/stilistiche col marchio Cronenberg risultano fastidiose a molta utenza ed invece per me sono in primo luogo interessanti, stimolanti. Qui ero infastidito io: e passi, può far parte di un processo, di un modo di comunicare – ed anzi era una sensazione nuova e per questo in qualche modo mi intrigava. Il problema è che, stavolta, mi annoiavo abbastanza.
E non bastano due scene di sesso con non-tanto-giovani e parecchio sbaldraccanti attrici (ma la Binoche, quella che si mette a saltare sulle cosce dell'ex vampiro con finto entusiasmo e urlacchiando malamente, non era un'attrice? E poi, su, “sono una donna di 41 anni”? Davvero?) per destarmi; tantopiù che sono pura noia del protagonista (si vorrebbe fottere l'unica giovane del film, peccato che sia tinta, frigida e – soprattutto – sua moglie). Ah, già, c'è poi la scena dell'invasione anale da parte del manone guantato del dottore. Grazie, David: non ero abbastanza preoccupato all'idea di un esame della prostata. Sgradevole, la scena, ma passi. Il delitto non è nell'inquadratura sudaticcia (a proposito: tutte con telecamera fissa o quasi, queste scene di sesso: ti annoi, David? Non ti ecciti più? E se è così: perché lo vuoi far scontare ai tuoi affezionatissimi spettatori?), è nello scambio di battute. Il 28enne bello e ricco, nudo e con la mano di un estraneo su per il culo, ansima, contorce il viso, suda. A 10 centimetri 10 dalla faccia di una giovane in tuta, pre-sudata (stava facendo jogging nella sua unica giornata libera del decennio), che riprende a traspirare ed accartoccia senza pietà a più riprese la bottiglia d'acqua stretta tra le cosce possenti. Abbastanza chiaro il messaggio? Evidentemente no, dato che ci tocca sentire il Pattinson in versione delucidatore “E' tensione sessuale, stai stropicciando la bottiglia perché blablabla”. Eccheccazzo. Avrei dovuto capirlo qui, dove si andava a finire. Ed invece quasi ti credevo, ero propenso a darti altre chance: la prima parte mi aveva, tutto sommato, fatto sorridere con almeno un paio di boutade talmente risibili da non poter essere prese sul serio (almeno per me, altri dissentivano in modo anche marcato, ed assai incazzato: non voglio fare la spia, David, ma c'è chi proprio ti ha insultato ed accusato di prenderti orrendamente sul serio, anche di fronte ai totem di rattoni agitati dalla folla che assalta limousine, ai giovani miliardari che videogiocano tutto il tempo, a quelli che vogliono attraversare New York – lo sappiamo tutti che è NY, si può dire, vero? - intasata dalla visita del Presidente e sotto assedio rivoluzionario per farsi rifare i capelli). Il mostro del mondo moderno, tutto sommato, si può ben rappresentare così (rimango del parere che si dovrebbe usare circa un decimo delle parole, ma sorvoliamo). Però il finale, il finale con l'alternanza tra la (finta, stupida e non credibile) mattana di Suor Giamatti ("se anche ci fosse solo un fungo tra le mie dita dei piedi che mi dice di ucciderti io lo dovrei fare" - ma scherziamo?) e le rivelazioni; l'apologo del cazzo col poveraccio, il proletario che vuole vendetta contro l'onnipotente che ha distrutto il mondo e però si sente rispondere (legittimamente) "ma se fino a ieri non ti interessava niente dei tuoi simili?" - e poi ancora lo spiegone della prostata asimmetrica come metafora del mondo asimmetrico, dell'imprevedibilità come parte del sistema, ecco tutto questo ho trovato pedante ed insopportabile. Perché è banale, scontato, non interessante. La prima metà mi può aver dato fastidio, ma almeno non mi ha trattato come un infante ("patronize", vorrei usare il verbo inglese). Il finale l'ho, semplicemente, odiato. Se devi fare 1h40m di parole parole parole per smembrare il mostro della modernità non puoi, semplicemente non puoi in chiusura venirmi a fare il riassuntino, la spiegazione, il consolante finale. Packer, alla fine, si sarebbe dovuto sparare in bocca, altro che in mano. Avrebbe risparmiato al tuo affezionatissimo (ed a se stesso, "quanto odio dover ragionare") dieci minuti conclusivi di incazzatura, e magari sarei tornato a casa col dubbio che lo sfacelo della prima metà, il disfacimento del mondo dei ricchi, i toponi giganti, le prostate invase e le mogli frigide rimpiazzate per una sveltina avessero un senso. Come provocazione, come descrizione (inevitabilmente) malata di una malattia, come ossessione e come resa al fatto che, secondo categorie classiche ed inadeguate al tempo che viviamo, nulla ha più coesione o struttura.
Dopo lo spiegone, mi sento francamente insultato.

Ah, quasi dimenticavo, ho un'ultima perplessità: ma il fatidico barbiere (infine raggiunto, oh gioia!) è cecato o solo rincoglionito? No, perché, a parte il fatto che non s'accorge di nulla, totalmente impermeabile al mondo esterno, al disgraziato riccone dal muso piatto (dopo averlo anestetizzato con bordata di melanzane ripiene dirette dal frigo) infligge un taglio di capelli luttuoso. Va bene che il cliente se ne va a metà dell'opera, ma quella metà (aridaje coll'asimmetria) è giusto un filo meno orrenda di quello che si otterrebbe con una sana spruzzata di napalm. Va di moda nel Bronx, dice.

Scusa la prolissità mia, mi son sfogato.

Tuo,

Ray

ps: forse il fatto che diversi spettatori dissentano (anche profondamente) su dove stia il problema è segnale che, comunque, questo film in qualche modo riesce a smuovere, a scomodare. Non so, forse ci ripenserò. Ma dubito che cambierò idea. Nel dubbio: vaffanculo, David, non mi chiamare più.

LA FRASE: quella del fungo tra le dita dei piedi che dice alla suora barbuda di sparare al ricco, dai, è ovvio, staremo mica a discutere?
SCONSIGLIATISSIMO: a chiunque non soffra di insonnia terminale, e non abbia un feticcio per le invasioni anali.
 GIUDIZIO: KKKK

domenica 10 giugno 2012

Cosmopolis - Viaggio al termine della noia

“L'importante è che ci sia lui”
“Il sughero?”
“Il sughero”

È incredibile pensare che David Cronenberg, il regista delle teste che esplodono ("Scanners"), dei joypad organici ("eXistenZ"), dei bisturi arcuati ("Inseparabili") abbia scritto dei dialoghi simili, e ci abbia imbastito sopra un film. Incredibile constatare che chi ha fatto delle mutazioni corporee il proprio veicolo comunicativo ed estetico, lasciando alla psiche la primogenitura del disturbo, forse l'unica risposta cinematografica possibile a Francis Bacon, sia naufragato in un orrendo polpettone di fumisterie pseudo-filosofiche, vacuo e inconcludente come il peggior Wenders, insensato come un cattivo Antonioni, perfino vagamente necrofilo.

"Cosmopolis", tratto da un romanzo di Don De Lillo (che non leggeremo almeno per le prossime due decadi), altro non è che un tetro viaggio nella noia, nell'incapacità di emozionarsi, nella morte cerebrale. Interpretato dal diafano Robert Pattinson (inspiegabilmente perfetto nella parte), è la controstoria di un tycoon finanziario ventottenne, che passa le sue giornate a bordo di una lunghissima, interminabile limousine, contemplando distrattamente il magmatico traffico metropolitano e intrattenendosi, in chiave semiseria, con un tristo carosello di dipendenti/discepoli.

Salgono e scendono, con la stessa intelaiatura di un'opera a episodi (ai sedili, e al frontal di Pattinson, bisogna purtroppo abituarsi subito) varie figure dimenticabili, spesso involontariamente caricaturali: il genio dagli occhi a mandorla che gioca le fortune del principale sulle oscillazioni dello yuan, le concubine che se lo scopano (compresa una grottesca Juliette Binoche), gli insopportabili esemplari di amiche/confidenti/collaboratrici, che pur di strappare un'opinione (?) al semidio deragliano in un pretenzioso profluvio di pensieri sconnessi. C'è anche un gigantesco rapper, col consueto corredo gestuale, che consola il commosso milionario quando tra i finestrini scorre il funerale del Tupac di turno, suo muzak personale in uno degli ascensori di palazzo.

L'eroe, a propria volta, dà ampio sfoggio di sé, trastullandosi con ogni sorta di agi portatili (computer ultimo grido, cesso estraibile, pareti insonorizzate – il sughero di cui sopra) e ammorbando gli interlocutori con richieste terminali, tipo dove vengono parcheggiate le sue limousine di notte o come attraversare l'ingorgo per farsi regolare i capelli dal barbiere di fiducia.

Tutto ciò, se mai non si fosse intuito, già basterebbe a farci odiare Cronenberg e la senilità, ma purtroppo lo sfondo è, se possibile, ancora peggiore: tra un delirio e l'altro, viene a più riprese rilanciata la bizzarra idea (mutuata dal libro, supponiamo) di un mondo dominato, anziché dal denaro, dai topi. E, per rendere più chiara l'antifona, il regista ci ammannisce perfino l'imbarazzante pagliacciata di uomini in costume da ratto che precipitano, nel corso di un tumulto urbano, sui tetti delle auto in coda. Altri topi - veri, stavolta - vengono lanciati, sempre a scopo di protesta (forse nei confronti del copione), tra i tavolini di un bar, nel corso di una delle scene che rompono l'unità di luogo (e non solo) per consentire a Pattinson di muovere il culo, ed elargire le sue pillole astruse anche fuori dal lussuoso abitacolo.

Sua vittima preferita, in queste sortite periferiche, è una bionda imbambolata, anch'ella devota all'eloquio decerebrato, che oltre ad essere ricca sfondata è altresì promessa sposa dell'intellettuale, e dichiara ripetutamente di voler fare sesso con lui, senza tuttavia dar mai corso al proposito. Staziona invece ovunque la stolida guardia del corpo del giovane prodigio, mai doma nel segnalare, a intervalli regolari, un pericolo incombente per la sua incolumità.

Dopo un primo tempo di questa risma, Cronenberg, ormai sul cornicione del cupio dissolvi, decide all'improvviso di andare per le spicce, e scioglie i pochi interrogativi lasciati a mezz'aria facendo finalmente abbandonare a Pattinson l'utero veicolare. Lo vediamo dunque scendere, liberarsi in modo risibile del bodyguard (“mi dici come funziona la tua pistola?”) ed entrare nella bottega del tonsore d'infanzia, che riesce tuttavia a completare solo metà del lavoro, prima che l'irrequieto si risolva ad uscire, per scoprire chi vorrebbe ucciderlo. Due passi nella suburbia e s'imbatte, previo barbone sulle scale, nel suo aspirante killer: un disastroso Paul Giamatti, con asciugamano in testa stile suffumigi e arma da forze speciali in pugno, sommerso dalla sozzura e pronto a rifargli i connotati.

Ne segue indecisa sparatoria e, a bocce ferme, banalissimo pistolotto (in quanto tale, la cosa più vera del film) del tipico ex dipendente licenziato per scarsa produttività, ora nella merda, che se l'è legata al dito – anzi all'asciugamano – e vorrebbe vendicarsi, radendo al suolo tutto il capitalismo e i suoi più fulgidi interpreti. Pattinson, che è in rottura prolungata da un tempo e mezzo, ha esaurito le strade per provare qualsiasi forma di piacere e non vede l'ora che qualcuno gli faccia saltare una volta per tutte il cranio, riesce soltanto a creare un pre-finale sparandosi volontariamente alla mano, per poi attendere, con vena pulsante sulla fronte, che il suo giustiziere chiuda la scena. E noi con lui. Ma lì, a tradimento, ecco lo stacco sul nero. Povero Cronenberg.

Note a margine:

  • Decisiva (soprattutto per i nervi) la sequenza dell'indagine prostatica a bordo della limousine. Per alcuni (troppi) minuti, assistiamo nostro malgrado all'ennesimo monologo di Pattinson, reso via via sempre più faticoso dall'avanzare della mano del medico personale all'interno dei suoi visceri, fino ad appunto raggiungere la prostata. “Asimmetrica”, decreterà il luminare. Donde metafora sulla disarmonia all'origine del progressivo declino del protagonista. Vi accennerà anche Giamatti, ma con maggiore trasporto. Non viene voglia di fare verifiche sulla propria;
  • Di pura tappezzeria l'atmosfera da attentato politico che aleggia nella prima parte del film: il traffico, già malmostoso, è reso impenetrabile dalla “visita del Presidente” in città. Il consequenziale caos fa da volano ai timori per la vita del magnate, esposto a una non chiara minaccia: per rendere il tutto più semplice, Cronenberg, via guardia del corpo, ci propina un video di repertorio di un agguato a un politico coreano nel corso di un talk show. La scena è tanto brutale (varie coltellate al volto) quanto ridicola, soprattutto per le leggerissime falle nel sistema di sicurezza della vittima;
  • Lunghissima, e noiosissima, la sequenza della torta in faccia a Pattinson al momento di uscire definitivamente dalla vettura. Il relativo disobbediente è impersonato, purtroppo, da Mathieu Amalric, che pure indulge nell'intemerata prima di essere allontanato dalla storia e, si confida, dal set;
  • Incredibile la disinvoltura con la quale il vecchio barbiere del protagonista inizia a tagliargli i capelli, senza accorgersi che il suo cliente ha mezza parte del viso incrostata di torta di panna.

Margine alle note:

Di questo film non abbiamo capito nulla. Era una storia sul crollo del sistema capitalistico? Sul tramonto dell'occidente? Sulla perdita di valori? Sul sesso in limousine? Sui topi? Non sapremmo dire, ma conserviamo una certezza: l'importante è che ci sia il sughero.

Giudizio: KKKKk

lunedì 30 aprile 2012

Knockout - Guarda, senza mani!

L'ha fatto anche Gualtiero Marchesi. L'altr'anno, in un patto faustiano con McDonald's, ha proposto per alcuni mesi due panini e un dolcetto di sua creazione, in foggia di fast food. Come a dire: il commercio può essere autoriale, basta volerlo. Beh, no: il commercio se ne sbatte degli autori, cerca solo il profitto, e se azzecca la combinazione di originalità e successo è solo un caso. Questo lo sa benissimo, versante cinema, anche Steven Soderbergh, che pur avendo nel curriculum vari titoli off (sin dai tempi di "Schizopolis") col business ci si è sempre trovato bene, basti pensare alla serie degli Ocean o, da ultimo, al pandemico "Contagion". Per questo, da parte sua, ci si aspetterebbe un minimo di onestà intellettuale: non c'è nulla di male nel passare dall'esperimento estremo al mainstream alimentare, basta non vergognarsene. Ma ecco, con l'ultima impresa, "Knockout" – titolo assurdo affibbiato dalla distribuzione italiana, evidentemente stanca di maltradurre l'originale (qui, "Haywire") – succede proprio l'opposto. Forse perché ispirato dal recente maledettismo chic, che l'ha indotto a intonarsi il de profundis registico per il prossimo anno, Soderbergh mette insieme un'opera trita e ritrita, nella quale tuttavia infila pretenziosi giochi di macchina al solo, cafonissimo, scopo di esibire i muscoli intellettuali. 

In realtà, ci si sarebbe accontentati del plafond: un banale action spionistico infarcito di sganassoni, inseguimenti e doppiezze, funzionale ai popcorn. Poiché però l'autore (?) non resiste alla tentazione di risultare eclatante (!), decide inopinatamente di affidare la parte di protagonista alla fighter di professione Gina Carano, una sorta di incrocio popputo tra Steven Seagal e Britney Spears. Mal, ovviamente, gliene incoglie, perché con qual certo sadismo le rovescia addosso insistiti primissimi piani, durante i quali l'esordiente, che pensava bastasse il repertorio marziale, si passa nervosa la lingua sulle labbra in attesa della fine della tortura. Idem, com'è intuibile, nelle scene di raccordo. Eterni campi lunghi di passeggiate che dovrebbero costituire parentesi meditative nel plot adrenalinico: in realtà l'ennesimo, snobistico, sfoggio di “guarda, senza mani!”.

La trama, se non altro, è davvero intricata: quasi tutte le presenze maschili del cast non hanno di meglio da fare che tentare di uccidere la forzuta, agente di una compagnia di mercenari al soldo del governo USA, di cui il relativo capoccia (nonché ex) vuole sbarazzarsi. Segue ogni genere di vani trappoloni, ivi compreso un giro per l'Europa (altro esotismo non richiesto dell'americanissimo regista) con canonico balletto di finti incarichi e connivenze. Non siamo, sia chiaro, nemmeno lontanamente dalle parti di Jason Bourne, anche perché Soderbergh, più che alla cura dei personaggi, è interessato a dare spazio al consueto attorume di fama, reclutato per l'occasione.

Nella ridda di evitabili comparsate, menzione d'onore per Michael Fassbender, che privo del mentore Steve Mcqueen limita l'esposizione delle nudità al torso muscolare, venendo per tutta risposta gonfiato di calci e pugni dall'eroina ed essendone infine - e sacrosantamente - eliminato. Non va meglio, peraltro, ad Antonio Banderas, avvilito da barbaccia incolta e abbigliamento hobo, oltre che spesso ripreso dal basso, con effetto-pigmeo: pur fuoricampo, nell'unica scena in cui è riuscito a radersi, sta per essere a propria volta malmenato. Quanto a Ewan McGregor, mastermind del complotto, gli viene riservata una rissa in riva al mare, naturalmente senza sottofondo musicale, per rendere l'ovvietà maggiormente metafisica.

Sul fronte collaborazionista, troneggiano invece Michael Douglas versione funzionario navigato, buono al più come silhouette aeroportuale negli assolati meeting tipici del genere, e il redimorto Bill Paxton, nel ruolo di padre della forzuta, che regge un'intera sequenza da autistico, al solo scopo di non far sapere ai nemici che la figlia si è rintanata in casa sua. Il culmine dell'imbarazzo lo si raggiunge però con Channing Tatum, prima potenziale giustiziere, poi partner sentimentale della nostra, che recita in uno stato di catatonia permanente, e regala all'attonito spettatore l'indimenticabile scena d'apertura: interno giorno, tavolino di un bar a NY, Tatum che guarda Carano fissamente, Carano che guarda Tatum fissamente, entrambi fissamente a disagio fino a quando, per fortuna, qualcuno dal set impartisce l'istruzione salvifica: ok, picchiatevi. Spiace pure che lo ammazzino, alla fine. In tutto questo, una nota: o a Dublino hanno i corpi speciali più imbranati del mondo, o Soderbergh, nel farli disastrosamente colluttare con la protagonista, ha perso di vista la credibilità. Urge piano sequenza di almeno un quarto d'ora, per redimersi.

LA SCHEDA
Knockout - Resa dei conti
La frase: "Ma quanto dura 'sta scena?"
Sconsigliatissimo: a chi, pur conoscendo Soderbergh, pensa ci sia un limite alla sua vanità registica.
Giudizio: KKKk

giovedì 22 marzo 2012

SOTTO L'ABITO TALARE NIENTE (L'ALTRA FACCIA DEL DIAVOLO)

Facciamo in fretta, una recensio brevis (nuova categoria?), ché avrei daffare – e poi il film in questione non è così tanto brutto. O forse lo è, però non riesce a farsi odiare, ad indignarmi a dovere: perché si tratta di una cosa a basso budget, raffazzonata il giusto, finto documentaristica non perché si credano fighi ma perché proprio i soldi per un dolly non ce li avevano, chiaramente.

Eppoi diciamocelo: quando nella locandina infilano le suore con occhi indiavolati che poi nel film non ci sono (trattasi di una Sorella vecchiarda cieca che compare sì e no un secondo), i titoli di coda sono infarciti di manovalanza est-europea (che a Hollywood non li toccherebbero nemmeno coi guanti da giardinaggio) e nel film si presentano multiple inquadrature di carabinieri in servizio (sì, vabé) avete già capito tutto: siamo poco oltre un cazzo di reality nostrano, per qualità realizzativa.

Il tutto è, fortunatamente, a supporto di una sceneggiatura tipo ore 10 calma piattissima: non c'è una sorpresa che sia una, si segue un canovaccio très canonico, alla fine muoiono tutti ripresi da telecamera fissa con immagine che va e viene. Tipo Blair Witch sulla Tiburtina, insomma; già, perché si sta a Roma, per la maggior parte della cosa. Che, in sintesi, va come segue: una bella poco più che sbarbi (dichiara 29 anni ma ne ha di meno, o ne dimostra di meno: sì insomma è abbastanza gnocca con tendenza latina nei lineamenti, come si conviene) americana a nome Isabella Rossi (molto yankee) decide di girare un documentario “per la sua mamma”. La quale mamma (Maria Rossi, la fantasia al potere) ha, in una tranquilla (pallosissima) cittadina americana massacrato tre persone che cercavano di esorcizzarla, venti anni or sono, ed è stata in seguito rinchiusa in un ospedale psichiatrico in quel di Roma. Mah. La semisbarbi apprende del fatto dal padre, che le rivela il tutto quando compie 25 anni, salvo morire (lui) tre giorni dopo: ella non coglie il lievissimo presagio di sventura e si reca quindi, con al seguito un operatore (Michael, un rompicoglioni di raro talento – non cinematografico), nel Belpaese. Ivi si intrufola a lezioni di esorcismo, seduce con la propria determinazione un paio de preti poco propensi a rispettare le regole (e che vivono in un ménage di quelli che poco piacciono a Papa Ratzy, solo che non si può dire apertamente) e con essi si imbarca nell'impresa di determinare se mammeta sia realmente posseduta dal diavolo oppure sia solo per niente sana di mente. Indovinate come va a finire? Bravi.

La cosa bella è che, nel tutto, si vedono (o si intuisce come vanno a finire) tre esorcismi: in due dei quali schiantano tutti. Nel terzo una innocente ragazzetta assai invasata fornisce le uniche mosse spettacolari in senso classico del termine (camminata sui muri tipo ragno, fontana di sangue dai genitali, arti slogati in svariate direzioni etc, come insegna l'Esorcista – quello vero, ostia!) eppure viene, pare, liberata. In 7 minuti netti. Roba che pareva che i due pretini sapessero il mestiere loro. Invece. Non è stato poi così breve. Il film, per fortuna, un'ora e un quarto più dei lentissimi titoli di coda.

Ps: ah, sì, dimenticavo: strepitoso il momento in cui il prete cicciozzo, dopo aver tentato di liberare Mariarossi-non-pregare-per-noi da una pletora di demonii, si reca ligio ad officiare un battesimo. Paciosissimo, si mette ad annegare l'infante. La famiglia, pare, non lo richiamerà per la comunione.

martedì 21 febbraio 2012

Un été brulant - Recensione piena d'entusiasmo

Avvertenza preliminare: questo è un film mancato. Mancato, s’intende, dal suo recensore, che è arrivato in ritardo alla proiezione, ne conserva ricordi vaghissimi (e non proprio entusiasmanti) e non ha nessuna voglia di tappare le falle filologiche con fonti d’accatto.
Perché scriverne, allora? Perché si tratta pur sempre di una rubrica di servizio, dunque non si tace nulla, nemmeno quel poco che resta di un’esperienza trascurabile.

"Un été brulant", opera di uno degli epigoni (?) della Nouvelle vague, Philippe Garrel, è stato presentato in anteprima a critica e pubblico all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Non disponendo del fatidico accredito per godercelo in Sala Grande (l’accredito essendo un tesserino magico che consente l’accesso ai palchi più ambiti della kermesse, elargito a chiunque lavori/sia implicato/stringa mani nel mondo del cinema, purché in via ufficiale), ci siamo accontentati della contemporanea visione al Palabiennale, variante popolare che permette di fruire, con unico biglietto, delle due prime della serata. Per capirci, un po’ come assistere al torneo di Wimbledon dalla collinetta dei backpackers, col megaschermo installato fuori dallo stadio.

Nell’occasione, l’impresa in questione ne seguiva un’altra, decisamente più invitante (forse quella di Cronenberg, ma non ci giureremmo), che ci aveva alfine indotto ad accettare il rischio del grindhouse – perché, siamo onesti, chi firmerebbe in bianco per una storia che ha come interprete principale Monica Bellucci? Appunto, nemmeno noi.
Mal, tuttavia, ce n’è incolto. Perché, forse a causa della prolungata transumanza al bar nell’intermezzo degli spettacoli, forse per via di un increscioso errore di valutazione sui tempi tecnici di consumazione decorosa di un panino, la cinematografia intellettuale di Garrel è iniziata in nostra assenza.

Per carità, si può sopravvivere. Ma ci si gioca subito l’unico motivo d’interesse del tutto – il nudo della suddetta Bellucci nelle sequenze iniziali, tanto decantato dalla stampa quanto non esattamente inedito – e lo svelamento del finale – la morte del protagonista, schiantatosi in macchina contro un albero, da cui si dipana l’integrale flashback successivo.
Quel che resta è un film francese su un doppio legame amoroso. È quindi garantito che si apprezzeranno, in serie, atmosfere languide, sguardi d’abbandono, discorsi poco convinti, altrettanto poco convinte reazioni, urla estemporanee, pianti, sceneggiatura dilavata, ovatta, silenzio. Ed eterni pomeriggi, preferibilmente in terrazza.

Tra l’altro non siamo nemmeno a Parigi, ma a Roma, in un quartiere residenziale di lusso, alle prese con un menage formato da un giovane pittore francese (Louis Garrel, figlio del regista) e una matura attrice italiana (la succitata signora Cassell). Essi si cornificano vicendevoli – vuoi con sconosciuti, vuoi con puttane – rinfacciandoselo. Ma si amano, o almeno così dicono. Benché poco convinti.
Ad un certo punto ospitano nella loro casa, spaziosa, terrazzata e costosissima, uno spiantato amico di lui con annessa fidanzata (altra attrice, ma meno matura, famosa e nuda della prima). Ne seguono nuovi sguardi d’abbandono, nuove atmosfere languide, ma nessuna cornificazione vicendevole (per dare maggiore verve al racconto, la seconda coppia ha dei gusti diversi dalla prima in fatto di divertissement). E non c’è nemmeno, come avremmo auspicato, alcuno scambio dei rispettivi partner – al massimo si mangiano due spaghi insieme.

In tutto questo aleggiano, non richieste, fastidiose velleità ideologiche: perché, ahinoi, il pittore ricco sfondato (che ha l’aria del classico figlio d’arte senza il talento del genitore ma con le relative entrature) favoleggia dai suoi ozi l’importanza di non cedere al conformismo borghese, di essere sempre e sufficientemente progressista, purché non tocchi a lui fare la rivoluzione. L’ospite, invece, che strillona tra le strade di Francia le ultime edizioni di una specie di “Lotta comunista” locale, sembra ancora duro e puro (per non cedere al didascalismo, l’autore ci mostra una scena a caso di immigrati malmenati con successivo insulto a Sarkozy) e coltiva a più riprese l’incomprensibile ambizione di tessere un dialogo sul tema con lo scazzatissimo amico.

Per fortuna, Monica Bellucci riempie la scena. Una volta urla estemporanea perché ha visto un topo, un'altra balla con uno sconosciuto per circa mezz’ora al solo scopo di ingelosire il pariolino, un’altra ancora, al termine di una poco convinta discussione in francese, esala spossata un italianissimo “basta”. E noi con lei.
Alla fine, se non altro, molla l’intollerabile individuo, ne viene seguita sul set di un film in cui sta recitando (vabè, si fa per dire), fugge con altro urlo estemporaneo, sparisce definitivamente.
Egli, per disperazione, si schianta appunto in auto. E, in quello che ci era sembrato il finale, deve pure sorbirsi nel letto d’ospedale il monologo punitivo, senza capo né coda, di un vecchio rintronato (interpretato, suo malgrado, da Maurice Garrel, nonno dell’attore e padre del regista).

A questo punto, i pochi spettatori rimasti tra le file del Palabiennale – alcuni si erano eclissati già dopo i primi venti minuti, altri erano caduti per la noia, altri ancora, con ogni probabilità, si erano trattenuti al bar – hanno iniziato un lamentoso mugugno, ottimo per svegliarsi e scoprire (essendo entrati in ritardo) che il protagonista muore, chiudendo così la tragica operazione.
In conclusione: quale sia lo scopo del film non è dato sapere. Quali i criteri che l’hanno ammesso a concorrere per il Leone, idem. Sulle ragioni per cui non ha vinto invece, beh, forse avremmo un paio di idee.

LA SCHEDA
Un été brulant
La frase: "Ma questo è in concorso?"
Sconsigliatissimo: a chi, sentendo parlare di Nouvelle vague, pensa all'implacabile Rohmer o al monello Truffaut. Scordateveli.
Giudizio: KKK (ne merita di più, ma è troppo noioso)

domenica 19 febbraio 2012

Il bello del 2011 - Drive, e chi sennò?

Ne hanno parlato in tanti, forse tutti.

Ne hanno parlato molto, diffusamente.

Non ne hanno parlato abbastanza, per me.

Una porta di ascensore si apre tra i due protagonisti, un uomo ed una donna. E' un momento di grande tensione emotiva, di impossibilità comunicativa tra loro, e l'impasse viene spezzata dall'arrivo di un ascensore, il ding! che accompagna l'apertura delle porte crea un nuovo ritmo narrativo, la luce vagamente attenuata all'interno e la presenza di un altro uomo ci portano in un altro ambiente. Il protagonista si rende immediatamente conto di dover proteggere la donna, di cui è innamorato, da un pericolo immediato ed enorme. Ma deve anche comunicare con lei, prima (assolutamente prima) di precipitarla in una realtà violenta che finora, benché le abbia segnato e sconvolto la vita, ella non ha mai dovuto guardare in faccia direttamente. Dunque, la scosta con un braccio, allontanandola dall'altro individuo, gira su se stesso e la bacia con decisione e tenerezza al contempo. Quando ciò accade, si innesca un ralenti (ma lieve, a non spezzare il ritmo bensì ad adeguarlo) e cambiano totalmente le luci del piccolo ambiente in cui la scena si svolge. Ed è sinestesia. Un film può solo parlare a due dei nostri sensi ma, e qui è dimostrato ai massimi livelli, può innescare in noi ogni tipo di sensazione. Se avete conosciuto lo sconfinato impatto psicofisico che su ciascuno di noi ha la vicinanza della persona amata e l'intensità di determinati momenti – se, insomma, siete mai stati innamorati – allora risulta impossibile non sentire caldo vedendo questa scena; meglio, vivendola. Vi sono momenti in cui, nella vita reale, le luci non si abbassano, l'inquadratura non si stringe su di noi, la musica non diventa essenziale e memorabile al contempo e lo scorrere del tempo non viene alterato – eppure sentiamo tutto ciò e molto altro. Le nostre percezioni della realtà divengono alterate, la nostra vita si fa finzione per meglio servire le emozioni. Qui, in questo bacio in un ascensore in Drive, è dimostrato (con uno stile degno dei classici) come il cinema sia capace di innescare lo stesso meccanismo, mettendo in scena la finzione che i nostri sentimenti producono: in sostanza si bypassa la vita per farsi vita. Per regalarci quella finzione che parla il linguaggio delle emozioni meglio del realismo.

Immediatamente dopo veniamo catapultati in un altro mondo: il tempo torna a scorrere, le luci vengono ripristinate e la scena prosegue in modo atroce, inondata di grande violenza fisica, di rabbia terribile. E poi si conclude con lo sguardo spaventato della protagonista, con il suo allontanarsi, quando si riaprono le porte, da chi l'ha amata e difesa e persa in quel breve tragitto.

Non ci sono parole, nel mentre, e poca musica. Da che si entra nell'ascensore al momento in cui la scena cambia di nuovo son passati poco più di 3 minuti. Stupefacenti.


In mille hanno parlato di Drive e della scena di cui sopra. Non sarà mai troppo, e forse davvero nemmeno abbastanza. E' l'apice di uno splendido film, e un grande momento di cinema – un manifesto di Cinema nel senso più vero e profondo, nel senso che definisce quest'arte rispetto a tutte le altre praticate dall'uomo, e ne esplicita il rapporto con l'uomo stesso, con la nostra logica ed i nostri sentimenti.

Il film, nella totalità, è assai riuscito. La sceneggiatura è capace di spiazzare e conquistare (memento: a volte bastano pochi tratti a scolpire indelebilmente i personaggi), la regia è eccellente, essenziale eppur mai banale, a volte sorprendente ma mai fuori posto. La scelta della colona sonora è sublime, a tratti, per la capacità di integrarla con la narrazione, con lo sviluppo delle personalità, con il processo di identificazione dello spettatore. Il cast è di grande livello, a partire dai ruoli di contorno (volti noti ed affidabilissimi come Perlman e Cranston accanto agli emergenti/neofamosi come Oscar Isaac e Christina Hendricks – su tutti bravissimo Albert Brooks nel non facile ruolo di un riluttante “cattivo”); i protagonisti sono perfetti, Gosling dotato di un magnetismo che gli permette di scolpire la propria figura per silenzi (uno dei temi dominanti di questa narrazione) e la Mulligan bellissima nelle mille fragilità che sa incarnare con credibilità totale.

I dettagli, infine, sono curatissimi. Si parte coi titoli di testa anni '80 e si continua con innumerevoli chicche, dagli abiti alle auto passando per degli stuzzicadenti destinati a rimanere nella memoria.

E' un film che va necessariamente visto, e che verosimilmente non ci stancheremo di tornare più volte a visitare. Peccato che, è probabile, non sempre accadrà in un cinema: certe emozioni sono troppo grandi per lo schermo di una televisione.

Al plurale (per farci perdonare il ritardo): film belli degli anni 2010 e (quasi) 2009

Rapida e ovvia spiegazione del titolo: vi dobbiamo dei suggerimenti per dei bei film, qualcosa che abbiamo amato al cinema negli anni passati. Per il 2010 il ritardo è già abissale, e cerchiamo di emendare in parte le nostre colpe proponendovi non uno, non due ma 3 diconsi 3 film. Alé! Il terzo, che forse non tutti conoscono, fu presentato ad innumerevoli festival a partire dai primi mesi del 2009 salvo poi trovare distribuzione americana nel novembre dello stesso anno, ed internazionale nel 2010. Ergo, entra in gioco – e al contempo ci regala un plurale anche per le date. Tre film non perfetti, sia chiaro. Ma se ne avete perso qualcuno, siamo qui per provocarvi alla visione.


  1. INCEPTION

Ovvero come essere scontati. Noi, nella scelta. Un film di enorme successo, ed era prevedibile visto il cast (a partire dalle star americane - Di Caprio – o europee – Cotillard -, proseguendo coi grandi vecchi Caine, Postlethwaite e Berenger e condendo il tutto con gli emergenti Gordon-Levitt, Hardy, Page e Murphy) e soprattutto visto il moviemaker dietro l'operazione: Nolan sa fare cinema a tutto tondo, dirige e scrive, sceneggiatura e regia vengono dalla stessa mente e si vede eccome. Nello specifico, pare, ha passato anni a creare e limare un meccanismo di mirabile precisione e discreta complessità – salvo poi, forse il punto debole del tutto, eccedere nello spiegare la struttura dei suoi sogni dentro ai sogni, fornendo ogni dettaglio minuziosamente, avendo cura di non lasciare nulla di oscuro. Lo spettacolo visivo è impressionante (e non solo per l'abbondanza di effetti speciali, l'immaginazione qui la fa davvero da padrona, soprattutto nelle fasi preliminari), l'ammirazione che una tale struttura narrativa desta è sincera ma si perde un po' del mistero, dell'esercizio di deduzione, della sorpresa. Ed il senso di vertigine di una trottola che non vuole saperne di cadere prima della dissolvenza in nero è un po' poco per restituirci tutto. E', insomma, un esercizio di stile di alto livello e sicuramente fa venir voglia di cinema. Per essere un capolavoro, forse, mancano un po' di emozioni realmente viscerali (ci prova, ma si sente l'artifizio).

  1. HOW TO TRAIN YOUR DRAGON (DRAGON TRAINER, IN ITALIANO...)

Ovvero come fare un cartoon digitale che è anche un gran film tout court. Perché, sì, è un cartone animato. E, per gli affezionati di Biancaneve ed i suoi nani animati a mano, ha la colpa imperdonabile di essere generato dal computer. Ma è un gran bel pezzo di cinema. La sceneggiatura è solida e la regia (rassegnarsi, tale è pure in questi casi) di prim'ordine – se lo stesso identico racconto fosse stato girato con attori e, per dire, cani invece che con bimbi e draghi in CGI sarebbero in molti di più a dire di un grande film, con echi di Jack London e chi più ne ha.

Anni fa, ricordo, lessi su uno dei maggiori quotidiani nazionali una recensione di Monsters, INC. (Monsters & Co in italiano, mah...) nella quale si sottolineava come la storia del legame, dell'affetto profondo che veniva a crearsi tra la bimba ed il mostro (d'aspetto, ma di cuore assai tenero e generoso) protagonisti del tutto fosse assai più profonda, intensa e reale di tanti cartoni giapponesi “con metafisica annessa” (Evangelion, anyone?). Basta poco, per avere il coraggio di dire che un cartoon, anche se non avete sette anni, può essere un gran bel film. Questo ha una trama semplice, e non poi tanto innovativa. Ma è molto ben fatto, un sacco divertente, e soprattutto vero. E se lo vedete, magari scoprite che in questi decenni siamo andati pure un po' oltre Bambi.

  1. PRECIOUS

Ovvero agli antipodi di Inception. Qui non c'è magniloquenza, nemmeno l'ombra: cast di stelle e sceneggiatura complessa e ricca di colpi di scena, effetti visivi poderosi e lancio in pompa magna, tutto questo ed altro potete scordarvelo. La storia è semplice, è il pezzo di una vita purtroppo comune. Gli attori principali sono per noi sconosciuti (su tutti si stagliano la protagonista Gabourey Sidibe e Mo'Nique), con poche celebrità rinchiuse in parti secondarie o camei (Mariah Carey e Lenny Kravitz, per gradire). La regia tende quasi al documentaristico (ed è tremendamente efficace), il parlato è quello di strada (e a momenti si fatica a seguire). Però non si potrebbero chiedere più emozioni reali e scuotimento di coscienze e di viscere. Il ritratto abbozzato (ma, ribadiamo, incisivo) di un'esistenza tra le molte che, tipicamente, scegliamo di ignorare – questo sguardo sulla vita cattiva, sui dolori (fisici e psicologici, in abbondanza) di una delle figlie abbandonate degli opulenti Stati Uniti (abbandonate a famiglia e quartiere, agli estranei come a se stesse, alle violenze sessuali con istigazione all'aborto come all'allontanamento dagli studi e del sogno di una vita migliore), e contestualmente sulle vite di chi la circonda – questo schiaffo che forse vorrebbe far aprire qualche occhio o forse solo essere onesto non si può, in ogni caso, ignorare. Fa male, e qualche volta si sospetta ci sia il ricatto morale dietro l'angolo. Ma non c'è buonismo (pregio non da poco) né metafisica fine a se stessa: a chi parla del nostro mondo, di noi in modo così diretto vale la pena prestare orecchio.

sabato 4 febbraio 2012

A.C.A.B. - Cobra e i suoi fradelli

Bastava accontentarsi del trailer. Quello in cui Pierfrancesco Favino, con pizzetto improbabile e sguardo allucinato, cerca invano una postura credibile, mentre racconta al microfono, davanti a un magistrato, il duro lavoro del celerino: “… in quei momenti c’hai… il cuore che te bbatte forte… l’adrenaliiina… che sale… a mille… un senti gnente… c’hai solo i tuoi fradelli (pausa teatrale stile caduta in un burrone) … accanto. Solo sui tuoi fradelli puoi contare”. Ma dopo una scena così, viene inevitabilmente voglia di verificare se fosse solo un abbaglio, un’inspiegabile bravata per lanciare (?) il film o se la sequenza, invece, esista davvero. Se in fase di montaggio non sia stata provvidenzialmente tagliata.
Beh, esiste. E ve la sciroppate tutta, alternata a immagini di guerriglia della più varia risma (stadi, sfollamenti e sfratti) e Favino, disastrosamente fuori parte, a patire, passato in un amen dai canonici ruoli introspettivi ad uno introspettito, smarrito, imbarazzato. Egli è l’Ass.te Cobra, protagonista di "A.C.A.B." (acronimo per All Cops Are Bastard – lasciate perdere Moby Dick, non solo per via dell’acca in più), esordio al cinema di Stefano Sollima, spaccato, anzi: frantumato dell’ordinaria esistenza degli appartenenti alla Celere, glorioso reparto della Polizia italica.
Ora, non per dire, ma come ci avvertono i titoli di coda – storti quanto quelli di testa: o una scelta stilistica o, più verosimilmente, il risultato di una colluttazione tra i tecnici preposti – quest’opera è stata ritenuta d’interesse nazionale e ha meritato i finanziamenti pubblici. Non si sa quale inattuale funzionario abbia avuto la pensata, ma si tratta di un raro caso in cui lo Stato propaganda una versione sconsolante di se stesso, a tutti i livelli. I politici, vabè, sono i classici burocrati imbelli, ma i poliziotti, almeno quelli descritti, sono in realtà una manica di facinorosi interessati soltanto a menare le mani, con o senza uniforme (la giustizia è comunque sommaria, dunque non sempre ci si può ricordare dell’abito), che non vedono l’ora di avere un pretesto per riunirsi e manganellare il sovversivo di turno.
Cadono sotto la scure di Cobra & co. (degli altri fradelli parleremo tra poco) tifosi violenti, xenofobi dell’ultim’ora, vecchi testardi, mogli separate, intere comunità Rom, bande albanesi, perdigiorno rumeni, prostitute africane, eccetera eccetera eccetera. Non c’è differenza tra casa e lavoro: ad esempio Mazinga (uno dei personaggi si chiama Mazinga), una volta tornato alla magione dopo la quotidiana dose di ultraviolenza in divisa, si rilassa prendendosi a male parole col figlio adolescente, una sorta di fascistello post-litteram – ci saremmo aspettati quantomeno un aderente ai centri sociali occupati, si vede che la società sta cambiando – che detesta la polizia in quanto, par di capire, non sufficientemente sterminatrice di immigrati. Se a questo aggiungete che il robotico ruolo è coperto da Marco Giallini, il cui repertorio facciale è esaurito dalla monoespressione “sole in faccia” (altro che Eastwood, qui non serve nemmeno il cappello), capite quanto indistinta sia la faccenda.
D’altro canto è così anche per gli altri componenti della crew: Negro (interpretato da Nigro) è uno psicopatico in perenne sovreccitazione, che dopo la separazione dalla moglie si gioca il permesso di visitare la prole – una bimba che, strano a dirsi, non trova divertentissimo passare il tempo col padre – dimenticando la figlia in caserma per prendere a spintoni qualche ladruncolo dell’Est, reo di aver insozzato un parco periferico. Si sa, le tentazioni. Meglio di tutti è però Carletto, il rimosso, un gentiluomo che ha spaccato un paio di crani per vendicarsi di una lesione al timpano durante un sommovimento in curva nord ed è stato perciò piazzato in garitta, a rimuginare sulle tante occasioni sprecate per picchiare ufficialmente qualcuno.
A questo punto direte: e la storia? Mah, in teoria sarebbe quella del novizio Adriano, che approda alla Celere dei suddetti eroi e viene iniziato al culto della fradellanza con modi urbani e di grande civiltà: rinchiuso in un furgone in compagnia di un lacrimogeno a pieno regime. Peraltro, si tratta dell’unico personaggio esplorabile: amico di sbandati che odiano gli sbirri, pervaso da risentimento sociale (la madre sta per essere sbattuta sul marciapiede e ha la casa sostitutiva occupata, guarda caso, da immigrati senza permesso), ma abbastanza ingenuo per conservare un minimo senso della legalità. In realtà anche lui non riesce a resistere a sbriciolare il naso del passeggero di un treno solo perché, alla richiesta di alzarsi, ha avuto l’ardire di ribattere che era in possesso di regolare biglietto.
La sostanza, in ogni caso, è che, saturo degli innumeri episodi di violenza gratuita, il celerino acquisito delerà alla magistratura una spedizione punitiva (i.e. aggressione aggravata) dei fradelli in borghese, rei di avere gonfiato come zampogne i presunti autori dell’accoltellamento - e conseguente, perenne, zoppia - di Mazinga, per via di una diversità di vedute dopo l’incontro di calcio Roma-Napoli. Ciò gli causerà la riprovazione di tutto il corpo di polizia – che quindi, si evince, trova perfettamente leciti e giustificati i metodi da macellaio seguiti dai protagonisti – e lo indurrà ad abbandonare il reparto, nonostante sia quello “che paga mejo”.

Note a margine:

- Memorabile la gestione della sceneggiatura: dopo aver raccontato con dovizia di dettagli, e di pugni, le vite dei fradelli, gli autori capiscono che, per dare una svolta al tutto, bisogna citare i fatti di cronaca (è pur sempre un film italiano). Seguono quindi: caso Raciti – e conseguente concione di Savino in lacrime: andiamo tutti al Viminale – caso Reggiani – e conseguente devastazione del campo Rom, con critiche sociali all’inanità della pula e raid antirumeno serale al supermarket, per compensare – caso Sandri – e conseguente protesta di Savino: paghiamo tutti per l’errore di uno, mandatemi dei rinforzi. Su tutto, pesa l’ombra della scuola Diaz durante il G8 di Genova, dove, parole assolate di Giallini, c’è stata “macelleria messicana”. E peccato sia saltata fuori la cosa, dice il rimosso, se no il paese poteva cambiare: come, non è dato capire. Forse una bella guerra civile;
- Di grande impatto la scena dei tafferugli fuori dallo stadio: per cinque minuti, forse per indecisione registica, si fronteggiano tre gruppi (uno è la Celere, gli altri due sono rivoltosi) senza sapere evidentemente come muoversi. Non è teatro off, ma semplice problema recitativo: i primi sassi che partono hanno la convinzione e la parabola delle palline da ping-pong per centrare il pesce rosso al luna park;
- Generose le riprese degli sputi: quasi nessuno se ne fa mancare uno, purché a tutto schermo. Il clou, peccato, ce lo giochiamo all’inizio, con Favino che sorseggia una birra in terrazza e vorrebbe espettorare sulla schiamazzante marmaglia sottostante. Ne viene un filamento in primissimo piano, assai drammatico, risucchiato prima che inneschi l’incidente diplomatico. Questo è cinema;
- Inspiegabile l’esito del processo a Cobra, citato all’inizio. Imputato per lesioni dopo aver delicatamente appoggiato il proprio casco (fra l’altro, di tre taglie più grande: una specie di mongolfiera) sugli incisivi di tale Sartoni, polverizzandone gran parte, viene assolto nonostante sia chiaramente reo confesso e privo di qualsivoglia attenuante. Beh, salvo il fatto che, negli scontri allo stadio, teatro della vicenda, hai “l’adrenaliiina… che sale…”. Vabè, avete capito;
- Orribile la sequenza successiva all’assoluzione. Savino balla in modo goffo e scomposto in un corridoio, con musica a tutto volume e fradelli in giubilo. Tuttora incerto se si tratti di una scena o di una pausa nella lavorazione;
- Potente il finale: l’azzoppato Mazinga, che nella spedizione punitiva di cui sopra per poco non bastonava il figlio, amico dei suoi – sempre presunti – accoltellatori, va a dare manforte ai compagni per gestire meglio la rappresaglia post-Sandri. Si accorge che il piazzale della resa dei conti è intitolato a Diaz. Come a Genova. Il destino. Ed è lì che Cobra, ballando nel casco, profferirà in crescendo: “Eccoli, eccoli, eccoli”. Il riferimento, per fortuna, è ai titoli di coda.
LA SCHEDA
A.C.A.B. (All Cops Are Bastard)
La frase: Naturalmente "l'adrenaliiina... che sale"
Sconsigliatissimo: a chi pensa che il corpo di polizia non sia il distaccamento segreto di un gruppo paramilitare.
Giudizio: KKKK