- la Scott Thomas, un tempo lady di provata eleganza e capacità attoriali, conficcata a viva forza in un ruolo grottescamente sgradevole, con pose da diva anni '40 (perennemente fumante et perennemente schifata dalla sigaretta che tiene a distanza equilibrandosi mirabilmente su tacchi da 15) e vocabolario da scaricatore di porto anni qualsiasi;
- impossibile da descrivere veramente, comunque (in sostanza): scena di karaoke tra poliziotti, peraltro iterata con lievi alterazioni per tre volte in altrettanti momenti cruciali (mah) del film: se non altro non veniamo beneficiati di sottotitoli quindi ci risparmiamo la traduzione di quella che, verosimilmente, è una hit neomelodica Thailandese (da segnalare che il capo-cantore si commuove della propria stessa intepretazione, ad un certo punto);
- su tutto e tutti: Gosling, in perenne stato di confusione, evidentemente abbandonato in luoghi sconosciuti ed in balia di ignoti si lascia andare a faccine buffe d'ogni sorta e si guarda attorno stranito (commovente nel suo non avere un'idea), costantemente sull'orlo di una crisi di panico (verosimilmente per essersi trovato a Bangkok senza preavviso e nel mezzo di un disastro cinematografico di proporzioni ragguardevoli, per giunta).
Recensioni cinematografiche. Recensioni sincere, esclusivamente. Recensioni spietate, possibilmente. Recensioni negative, auspicabilmente. Recensioni nostre. Cazzi vostri.
lunedì 3 giugno 2013
SOLO DIO PERDONA o LE CONSEGUENZE DELLA PRUDENZA DELLE MANI
venerdì 24 maggio 2013
La Grande Bellezza - Una piccola recensione
Giudizio: KK
sabato 27 aprile 2013
Come un tuono - La sintesi, innanzitutto
- Rivedibile il casting per la parte del figlio di Gosling: in teoria, all'inizio del film, dovrebbe avere non più di due-tre mesi, ma il bimbo scritturato è chiaramente più grande (oltre ad essere di lineamenti nordici, con buona pace delle origini latine della madre);
- Esilaranti le riprese delle fughe in moto: per rendere il tutto più concitato, il regista crea un effetto accelerato tipo comiche di Benny Hill: bastava un po' di montaggio action;
- Del tutto inverosimile la svolta della prima parte: prima di entrare in banca per il suo colpo fatale, il protagonista scopre di aver dimenticato il bavaglio. Tuttavia va avanti lo stesso: c'è un'altra ora e mezza di trama, non si può aspettare;
- Assoluta la sequenza dell'inseguimento: il poliziotto che avvista per primo Gosling descrive al millimetro l'evolversi della situazione alla centrale e, quando finalmente è giunto a mezzo metro dal ricercato, anziché spianargli la pistola davanti preferisce continuare la radiocronaca stile “tutto il calcio minuto per minuto”, cedendo poi la linea a Cooper;
- Memorabile il momento in cui due poliziotti, brandendo la pistola, urlano al cadavere di Gosling di alzare le mani.
sabato 30 marzo 2013
The host - Andiamo a mietere il grano
mercoledì 27 febbraio 2013
ZERO DARK THIRTY (UN PO' TARDI, ARRIVA ANCHE LA MIA)
- la complessità del carattere dei vari personaggi è totalmente e disperatamente assente: nessuno ha una personalità, nessuno evolve, tutti sono prevedibili e squadrati dal primo all'ultimo istante, esseri immutabili e noiosissimi (un Pantheon del rimbambimento, tipo);
- la rossa cacciatrice, in particolare, non ha altro nella vita a parte il lavoro: che non presenta esattamente molte occasioni di socializzare, ma insomma dandosi un po' da fare, magari con lo speed-dating o altro...
- piange, però, quando han fatto fuori il Male impersonificato (un vecchio barbudo e mal vestito che vive rinchiuso in una villa bunker ma assai poco lussuosa in mezzo a dei contadini in Pakistan, per la cronaca) e le chiedono dove voglia esser trasportata ora: realizza, sospettiamo, di non avere mai dato da mangiare al gatto in un decennio;
- le scene coi corpi speciali che vanno a tanare bin Laden saranno anche belle e realistiche e fatte con dispendio di mezzi ma (a parte che fa venire un po' il mal di mare il continuo passare dalla visione verdina degli occhiali hi-tech al semibuio delle riprese “oggettive”) presentano alcuni momenti di sommo ridicolo involontario: ne scegliamo due
- dopo esser giunti nel bel mezzo di un paese straniero con un intero gruppo d'assalto su due elicotteri (stealth, però, quindi anche se volano a 20 metri dal suolo in una città nessuno li nota) i nostri eroi pensano bene di schiantarne uno nel giardino della villa del Signore del Male: non si sveglia nessuno, salvo una capra;
- una volta penetrati nel villone-bunker, i buoni in mimetica debbono trovare i residenti e ridurli al silenzio: nel dubbio, sparano e poi chiedono chi-va-là (cowboys, tipico) ma poi, per stanare i più coriacei, si inventano uno stratagemma diabolico: li chiamano per nome nel cuore della notte dopo aver ammazzato a fucilate 5 o 6 dei loro cari. Eccezionale la scena in cui l'esecutore materiale della Giustizia Americana cerca di ingannare il diabolico bin rintanatosi all'ultimo piano della torretta del Male (mini-Mordor, per capirsi) chiamando il suo nome al buio “Osama! Osama!” - il malvagissimo sovrumanamente resiste all'impulso di presentarsi al carnefice gridando “son qua, cazzo!” ma, ahilui, mentre tenta di deambulare rapidamente al buio viene scoperto ed impallinato. Game over, iniziate il prossimo livello.
domenica 10 febbraio 2013
Zero Dark Thirty
Giudizio: KKk
domenica 12 agosto 2012
COSMOTOPONI - UNA LETTERA RECENSIONE (che avevo in canna da un po', ma le imprese di Josefona Idem mi distraggono sempre)
domenica 10 giugno 2012
Cosmopolis - Viaggio al termine della noia
- Decisiva (soprattutto per i nervi) la sequenza dell'indagine prostatica a bordo della limousine. Per alcuni (troppi) minuti, assistiamo nostro malgrado all'ennesimo monologo di Pattinson, reso via via sempre più faticoso dall'avanzare della mano del medico personale all'interno dei suoi visceri, fino ad appunto raggiungere la prostata. “Asimmetrica”, decreterà il luminare. Donde metafora sulla disarmonia all'origine del progressivo declino del protagonista. Vi accennerà anche Giamatti, ma con maggiore trasporto. Non viene voglia di fare verifiche sulla propria;
- Di pura tappezzeria l'atmosfera da attentato politico che aleggia nella prima parte del film: il traffico, già malmostoso, è reso impenetrabile dalla “visita del Presidente” in città. Il consequenziale caos fa da volano ai timori per la vita del magnate, esposto a una non chiara minaccia: per rendere il tutto più semplice, Cronenberg, via guardia del corpo, ci propina un video di repertorio di un agguato a un politico coreano nel corso di un talk show. La scena è tanto brutale (varie coltellate al volto) quanto ridicola, soprattutto per le leggerissime falle nel sistema di sicurezza della vittima;
- Lunghissima, e noiosissima, la sequenza della torta in faccia a Pattinson al momento di uscire definitivamente dalla vettura. Il relativo disobbediente è impersonato, purtroppo, da Mathieu Amalric, che pure indulge nell'intemerata prima di essere allontanato dalla storia e, si confida, dal set;
- Incredibile la disinvoltura con la quale il vecchio barbiere del protagonista inizia a tagliargli i capelli, senza accorgersi che il suo cliente ha mezza parte del viso incrostata di torta di panna.
Margine alle note:
Giudizio: KKKKk
lunedì 30 aprile 2012
Knockout - Guarda, senza mani!
Sul fronte collaborazionista, troneggiano invece Michael Douglas versione funzionario navigato, buono al più come silhouette aeroportuale negli assolati meeting tipici del genere, e il redimorto Bill Paxton, nel ruolo di padre della forzuta, che regge un'intera sequenza da autistico, al solo scopo di non far sapere ai nemici che la figlia si è rintanata in casa sua. Il culmine dell'imbarazzo lo si raggiunge però con Channing Tatum, prima potenziale giustiziere, poi partner sentimentale della nostra, che recita in uno stato di catatonia permanente, e regala all'attonito spettatore l'indimenticabile scena d'apertura: interno giorno, tavolino di un bar a NY, Tatum che guarda Carano fissamente, Carano che guarda Tatum fissamente, entrambi fissamente a disagio fino a quando, per fortuna, qualcuno dal set impartisce l'istruzione salvifica: ok, picchiatevi. Spiace pure che lo ammazzino, alla fine. In tutto questo, una nota: o a Dublino hanno i corpi speciali più imbranati del mondo, o Soderbergh, nel farli disastrosamente colluttare con la protagonista, ha perso di vista la credibilità. Urge piano sequenza di almeno un quarto d'ora, per redimersi.
giovedì 22 marzo 2012
SOTTO L'ABITO TALARE NIENTE (L'ALTRA FACCIA DEL DIAVOLO)
Facciamo in fretta, una recensio brevis (nuova categoria?), ché avrei daffare – e poi il film in questione non è così tanto brutto. O forse lo è, però non riesce a farsi odiare, ad indignarmi a dovere: perché si tratta di una cosa a basso budget, raffazzonata il giusto, finto documentaristica non perché si credano fighi ma perché proprio i soldi per un dolly non ce li avevano, chiaramente.
Eppoi diciamocelo: quando nella locandina infilano le suore con occhi indiavolati che poi nel film non ci sono (trattasi di una Sorella vecchiarda cieca che compare sì e no un secondo), i titoli di coda sono infarciti di manovalanza est-europea (che a Hollywood non li toccherebbero nemmeno coi guanti da giardinaggio) e nel film si presentano multiple inquadrature di carabinieri in servizio (sì, vabé) avete già capito tutto: siamo poco oltre un cazzo di reality nostrano, per qualità realizzativa.
Il tutto è, fortunatamente, a supporto di una sceneggiatura tipo ore 10 calma piattissima: non c'è una sorpresa che sia una, si segue un canovaccio très canonico, alla fine muoiono tutti ripresi da telecamera fissa con immagine che va e viene. Tipo Blair Witch sulla Tiburtina, insomma; già, perché si sta a Roma, per la maggior parte della cosa. Che, in sintesi, va come segue: una bella poco più che sbarbi (dichiara 29 anni ma ne ha di meno, o ne dimostra di meno: sì insomma è abbastanza gnocca con tendenza latina nei lineamenti, come si conviene) americana a nome Isabella Rossi (molto yankee) decide di girare un documentario “per la sua mamma”. La quale mamma (Maria Rossi, la fantasia al potere) ha, in una tranquilla (pallosissima) cittadina americana massacrato tre persone che cercavano di esorcizzarla, venti anni or sono, ed è stata in seguito rinchiusa in un ospedale psichiatrico in quel di Roma. Mah. La semisbarbi apprende del fatto dal padre, che le rivela il tutto quando compie 25 anni, salvo morire (lui) tre giorni dopo: ella non coglie il lievissimo presagio di sventura e si reca quindi, con al seguito un operatore (Michael, un rompicoglioni di raro talento – non cinematografico), nel Belpaese. Ivi si intrufola a lezioni di esorcismo, seduce con la propria determinazione un paio de preti poco propensi a rispettare le regole (e che vivono in un ménage di quelli che poco piacciono a Papa Ratzy, solo che non si può dire apertamente) e con essi si imbarca nell'impresa di determinare se mammeta sia realmente posseduta dal diavolo oppure sia solo per niente sana di mente. Indovinate come va a finire? Bravi.
La cosa bella è che, nel tutto, si vedono (o si intuisce come vanno a finire) tre esorcismi: in due dei quali schiantano tutti. Nel terzo una innocente ragazzetta assai invasata fornisce le uniche mosse spettacolari in senso classico del termine (camminata sui muri tipo ragno, fontana di sangue dai genitali, arti slogati in svariate direzioni etc, come insegna l'Esorcista – quello vero, ostia!) eppure viene, pare, liberata. In 7 minuti netti. Roba che pareva che i due pretini sapessero il mestiere loro. Invece. Non è stato poi così breve. Il film, per fortuna, un'ora e un quarto più dei lentissimi titoli di coda.
Ps: ah, sì, dimenticavo: strepitoso il momento in cui il prete cicciozzo, dopo aver tentato di liberare Mariarossi-non-pregare-per-noi da una pletora di demonii, si reca ligio ad officiare un battesimo. Paciosissimo, si mette ad annegare l'infante. La famiglia, pare, non lo richiamerà per la comunione.
martedì 21 febbraio 2012
Un été brulant - Recensione piena d'entusiasmo
Perché scriverne, allora? Perché si tratta pur sempre di una rubrica di servizio, dunque non si tace nulla, nemmeno quel poco che resta di un’esperienza trascurabile.
"Un été brulant", opera di uno degli epigoni (?) della Nouvelle vague, Philippe Garrel, è stato presentato in anteprima a critica e pubblico all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Non disponendo del fatidico accredito per godercelo in Sala Grande (l’accredito essendo un tesserino magico che consente l’accesso ai palchi più ambiti della kermesse, elargito a chiunque lavori/sia implicato/stringa mani nel mondo del cinema, purché in via ufficiale), ci siamo accontentati della contemporanea visione al Palabiennale, variante popolare che permette di fruire, con unico biglietto, delle due prime della serata. Per capirci, un po’ come assistere al torneo di Wimbledon dalla collinetta dei backpackers, col megaschermo installato fuori dallo stadio.
Nell’occasione, l’impresa in questione ne seguiva un’altra, decisamente più invitante (forse quella di Cronenberg, ma non ci giureremmo), che ci aveva alfine indotto ad accettare il rischio del grindhouse – perché, siamo onesti, chi firmerebbe in bianco per una storia che ha come interprete principale Monica Bellucci? Appunto, nemmeno noi.
Mal, tuttavia, ce n’è incolto. Perché, forse a causa della prolungata transumanza al bar nell’intermezzo degli spettacoli, forse per via di un increscioso errore di valutazione sui tempi tecnici di consumazione decorosa di un panino, la cinematografia intellettuale di Garrel è iniziata in nostra assenza.
Per carità, si può sopravvivere. Ma ci si gioca subito l’unico motivo d’interesse del tutto – il nudo della suddetta Bellucci nelle sequenze iniziali, tanto decantato dalla stampa quanto non esattamente inedito – e lo svelamento del finale – la morte del protagonista, schiantatosi in macchina contro un albero, da cui si dipana l’integrale flashback successivo.
Quel che resta è un film francese su un doppio legame amoroso. È quindi garantito che si apprezzeranno, in serie, atmosfere languide, sguardi d’abbandono, discorsi poco convinti, altrettanto poco convinte reazioni, urla estemporanee, pianti, sceneggiatura dilavata, ovatta, silenzio. Ed eterni pomeriggi, preferibilmente in terrazza.
Tra l’altro non siamo nemmeno a Parigi, ma a Roma, in un quartiere residenziale di lusso, alle prese con un menage formato da un giovane pittore francese (Louis Garrel, figlio del regista) e una matura attrice italiana (la succitata signora Cassell). Essi si cornificano vicendevoli – vuoi con sconosciuti, vuoi con puttane – rinfacciandoselo. Ma si amano, o almeno così dicono. Benché poco convinti.
Ad un certo punto ospitano nella loro casa, spaziosa, terrazzata e costosissima, uno spiantato amico di lui con annessa fidanzata (altra attrice, ma meno matura, famosa e nuda della prima). Ne seguono nuovi sguardi d’abbandono, nuove atmosfere languide, ma nessuna cornificazione vicendevole (per dare maggiore verve al racconto, la seconda coppia ha dei gusti diversi dalla prima in fatto di divertissement). E non c’è nemmeno, come avremmo auspicato, alcuno scambio dei rispettivi partner – al massimo si mangiano due spaghi insieme.
In tutto questo aleggiano, non richieste, fastidiose velleità ideologiche: perché, ahinoi, il pittore ricco sfondato (che ha l’aria del classico figlio d’arte senza il talento del genitore ma con le relative entrature) favoleggia dai suoi ozi l’importanza di non cedere al conformismo borghese, di essere sempre e sufficientemente progressista, purché non tocchi a lui fare la rivoluzione. L’ospite, invece, che strillona tra le strade di Francia le ultime edizioni di una specie di “Lotta comunista” locale, sembra ancora duro e puro (per non cedere al didascalismo, l’autore ci mostra una scena a caso di immigrati malmenati con successivo insulto a Sarkozy) e coltiva a più riprese l’incomprensibile ambizione di tessere un dialogo sul tema con lo scazzatissimo amico.
Per fortuna, Monica Bellucci riempie la scena. Una volta urla estemporanea perché ha visto un topo, un'altra balla con uno sconosciuto per circa mezz’ora al solo scopo di ingelosire il pariolino, un’altra ancora, al termine di una poco convinta discussione in francese, esala spossata un italianissimo “basta”. E noi con lei.
Alla fine, se non altro, molla l’intollerabile individuo, ne viene seguita sul set di un film in cui sta recitando (vabè, si fa per dire), fugge con altro urlo estemporaneo, sparisce definitivamente.
Egli, per disperazione, si schianta appunto in auto. E, in quello che ci era sembrato il finale, deve pure sorbirsi nel letto d’ospedale il monologo punitivo, senza capo né coda, di un vecchio rintronato (interpretato, suo malgrado, da Maurice Garrel, nonno dell’attore e padre del regista).
A questo punto, i pochi spettatori rimasti tra le file del Palabiennale – alcuni si erano eclissati già dopo i primi venti minuti, altri erano caduti per la noia, altri ancora, con ogni probabilità, si erano trattenuti al bar – hanno iniziato un lamentoso mugugno, ottimo per svegliarsi e scoprire (essendo entrati in ritardo) che il protagonista muore, chiudendo così la tragica operazione.
In conclusione: quale sia lo scopo del film non è dato sapere. Quali i criteri che l’hanno ammesso a concorrere per il Leone, idem. Sulle ragioni per cui non ha vinto invece, beh, forse avremmo un paio di idee.
domenica 19 febbraio 2012
Il bello del 2011 - Drive, e chi sennò?
Ne hanno parlato in tanti, forse tutti.
Ne hanno parlato molto, diffusamente.
Non ne hanno parlato abbastanza, per me.
Una porta di ascensore si apre tra i due protagonisti, un uomo ed una donna. E' un momento di grande tensione emotiva, di impossibilità comunicativa tra loro, e l'impasse viene spezzata dall'arrivo di un ascensore, il ding! che accompagna l'apertura delle porte crea un nuovo ritmo narrativo, la luce vagamente attenuata all'interno e la presenza di un altro uomo ci portano in un altro ambiente. Il protagonista si rende immediatamente conto di dover proteggere la donna, di cui è innamorato, da un pericolo immediato ed enorme. Ma deve anche comunicare con lei, prima (assolutamente prima) di precipitarla in una realtà violenta che finora, benché le abbia segnato e sconvolto la vita, ella non ha mai dovuto guardare in faccia direttamente. Dunque, la scosta con un braccio, allontanandola dall'altro individuo, gira su se stesso e la bacia con decisione e tenerezza al contempo. Quando ciò accade, si innesca un ralenti (ma lieve, a non spezzare il ritmo bensì ad adeguarlo) e cambiano totalmente le luci del piccolo ambiente in cui la scena si svolge. Ed è sinestesia. Un film può solo parlare a due dei nostri sensi ma, e qui è dimostrato ai massimi livelli, può innescare in noi ogni tipo di sensazione. Se avete conosciuto lo sconfinato impatto psicofisico che su ciascuno di noi ha la vicinanza della persona amata e l'intensità di determinati momenti – se, insomma, siete mai stati innamorati – allora risulta impossibile non sentire caldo vedendo questa scena; meglio, vivendola. Vi sono momenti in cui, nella vita reale, le luci non si abbassano, l'inquadratura non si stringe su di noi, la musica non diventa essenziale e memorabile al contempo e lo scorrere del tempo non viene alterato – eppure sentiamo tutto ciò e molto altro. Le nostre percezioni della realtà divengono alterate, la nostra vita si fa finzione per meglio servire le emozioni. Qui, in questo bacio in un ascensore in Drive, è dimostrato (con uno stile degno dei classici) come il cinema sia capace di innescare lo stesso meccanismo, mettendo in scena la finzione che i nostri sentimenti producono: in sostanza si bypassa la vita per farsi vita. Per regalarci quella finzione che parla il linguaggio delle emozioni meglio del realismo.
Immediatamente dopo veniamo catapultati in un altro mondo: il tempo torna a scorrere, le luci vengono ripristinate e la scena prosegue in modo atroce, inondata di grande violenza fisica, di rabbia terribile. E poi si conclude con lo sguardo spaventato della protagonista, con il suo allontanarsi, quando si riaprono le porte, da chi l'ha amata e difesa e persa in quel breve tragitto.
Non ci sono parole, nel mentre, e poca musica. Da che si entra nell'ascensore al momento in cui la scena cambia di nuovo son passati poco più di 3 minuti. Stupefacenti.
In mille hanno parlato di Drive e della scena di cui sopra. Non sarà mai troppo, e forse davvero nemmeno abbastanza. E' l'apice di uno splendido film, e un grande momento di cinema – un manifesto di Cinema nel senso più vero e profondo, nel senso che definisce quest'arte rispetto a tutte le altre praticate dall'uomo, e ne esplicita il rapporto con l'uomo stesso, con la nostra logica ed i nostri sentimenti.
Il film, nella totalità, è assai riuscito. La sceneggiatura è capace di spiazzare e conquistare (memento: a volte bastano pochi tratti a scolpire indelebilmente i personaggi), la regia è eccellente, essenziale eppur mai banale, a volte sorprendente ma mai fuori posto. La scelta della colona sonora è sublime, a tratti, per la capacità di integrarla con la narrazione, con lo sviluppo delle personalità, con il processo di identificazione dello spettatore. Il cast è di grande livello, a partire dai ruoli di contorno (volti noti ed affidabilissimi come Perlman e Cranston accanto agli emergenti/neofamosi come Oscar Isaac e Christina Hendricks – su tutti bravissimo Albert Brooks nel non facile ruolo di un riluttante “cattivo”); i protagonisti sono perfetti, Gosling dotato di un magnetismo che gli permette di scolpire la propria figura per silenzi (uno dei temi dominanti di questa narrazione) e la Mulligan bellissima nelle mille fragilità che sa incarnare con credibilità totale.
I dettagli, infine, sono curatissimi. Si parte coi titoli di testa anni '80 e si continua con innumerevoli chicche, dagli abiti alle auto passando per degli stuzzicadenti destinati a rimanere nella memoria.
E' un film che va necessariamente visto, e che verosimilmente non ci stancheremo di tornare più volte a visitare. Peccato che, è probabile, non sempre accadrà in un cinema: certe emozioni sono troppo grandi per lo schermo di una televisione.
Al plurale (per farci perdonare il ritardo): film belli degli anni 2010 e (quasi) 2009
Rapida e ovvia spiegazione del titolo: vi dobbiamo dei suggerimenti per dei bei film, qualcosa che abbiamo amato al cinema negli anni passati. Per il 2010 il ritardo è già abissale, e cerchiamo di emendare in parte le nostre colpe proponendovi non uno, non due ma 3 diconsi 3 film. Alé! Il terzo, che forse non tutti conoscono, fu presentato ad innumerevoli festival a partire dai primi mesi del 2009 salvo poi trovare distribuzione americana nel novembre dello stesso anno, ed internazionale nel 2010. Ergo, entra in gioco – e al contempo ci regala un plurale anche per le date. Tre film non perfetti, sia chiaro. Ma se ne avete perso qualcuno, siamo qui per provocarvi alla visione.
INCEPTION
Ovvero come essere scontati. Noi, nella scelta. Un film di enorme successo, ed era prevedibile visto il cast (a partire dalle star americane - Di Caprio – o europee – Cotillard -, proseguendo coi grandi vecchi Caine, Postlethwaite e Berenger e condendo il tutto con gli emergenti Gordon-Levitt, Hardy, Page e Murphy) e soprattutto visto il moviemaker dietro l'operazione: Nolan sa fare cinema a tutto tondo, dirige e scrive, sceneggiatura e regia vengono dalla stessa mente e si vede eccome. Nello specifico, pare, ha passato anni a creare e limare un meccanismo di mirabile precisione e discreta complessità – salvo poi, forse il punto debole del tutto, eccedere nello spiegare la struttura dei suoi sogni dentro ai sogni, fornendo ogni dettaglio minuziosamente, avendo cura di non lasciare nulla di oscuro. Lo spettacolo visivo è impressionante (e non solo per l'abbondanza di effetti speciali, l'immaginazione qui la fa davvero da padrona, soprattutto nelle fasi preliminari), l'ammirazione che una tale struttura narrativa desta è sincera ma si perde un po' del mistero, dell'esercizio di deduzione, della sorpresa. Ed il senso di vertigine di una trottola che non vuole saperne di cadere prima della dissolvenza in nero è un po' poco per restituirci tutto. E', insomma, un esercizio di stile di alto livello e sicuramente fa venir voglia di cinema. Per essere un capolavoro, forse, mancano un po' di emozioni realmente viscerali (ci prova, ma si sente l'artifizio).
HOW TO TRAIN YOUR DRAGON (DRAGON TRAINER, IN ITALIANO...)
Ovvero come fare un cartoon digitale che è anche un gran film tout court. Perché, sì, è un cartone animato. E, per gli affezionati di Biancaneve ed i suoi nani animati a mano, ha la colpa imperdonabile di essere generato dal computer. Ma è un gran bel pezzo di cinema. La sceneggiatura è solida e la regia (rassegnarsi, tale è pure in questi casi) di prim'ordine – se lo stesso identico racconto fosse stato girato con attori e, per dire, cani invece che con bimbi e draghi in CGI sarebbero in molti di più a dire di un grande film, con echi di Jack London e chi più ne ha.
Anni fa, ricordo, lessi su uno dei maggiori quotidiani nazionali una recensione di Monsters, INC. (Monsters & Co in italiano, mah...) nella quale si sottolineava come la storia del legame, dell'affetto profondo che veniva a crearsi tra la bimba ed il mostro (d'aspetto, ma di cuore assai tenero e generoso) protagonisti del tutto fosse assai più profonda, intensa e reale di tanti cartoni giapponesi “con metafisica annessa” (Evangelion, anyone?). Basta poco, per avere il coraggio di dire che un cartoon, anche se non avete sette anni, può essere un gran bel film. Questo ha una trama semplice, e non poi tanto innovativa. Ma è molto ben fatto, un sacco divertente, e soprattutto vero. E se lo vedete, magari scoprite che in questi decenni siamo andati pure un po' oltre Bambi.
PRECIOUS
Ovvero agli antipodi di Inception. Qui non c'è magniloquenza, nemmeno l'ombra: cast di stelle e sceneggiatura complessa e ricca di colpi di scena, effetti visivi poderosi e lancio in pompa magna, tutto questo ed altro potete scordarvelo. La storia è semplice, è il pezzo di una vita purtroppo comune. Gli attori principali sono per noi sconosciuti (su tutti si stagliano la protagonista Gabourey Sidibe e Mo'Nique), con poche celebrità rinchiuse in parti secondarie o camei (Mariah Carey e Lenny Kravitz, per gradire). La regia tende quasi al documentaristico (ed è tremendamente efficace), il parlato è quello di strada (e a momenti si fatica a seguire). Però non si potrebbero chiedere più emozioni reali e scuotimento di coscienze e di viscere. Il ritratto abbozzato (ma, ribadiamo, incisivo) di un'esistenza tra le molte che, tipicamente, scegliamo di ignorare – questo sguardo sulla vita cattiva, sui dolori (fisici e psicologici, in abbondanza) di una delle figlie abbandonate degli opulenti Stati Uniti (abbandonate a famiglia e quartiere, agli estranei come a se stesse, alle violenze sessuali con istigazione all'aborto come all'allontanamento dagli studi e del sogno di una vita migliore), e contestualmente sulle vite di chi la circonda – questo schiaffo che forse vorrebbe far aprire qualche occhio o forse solo essere onesto non si può, in ogni caso, ignorare. Fa male, e qualche volta si sospetta ci sia il ricatto morale dietro l'angolo. Ma non c'è buonismo (pregio non da poco) né metafisica fine a se stessa: a chi parla del nostro mondo, di noi in modo così diretto vale la pena prestare orecchio.
sabato 4 febbraio 2012
A.C.A.B. - Cobra e i suoi fradelli
Note a margine:
- Memorabile la gestione della sceneggiatura: dopo aver raccontato con dovizia di dettagli, e di pugni, le vite dei fradelli, gli autori capiscono che, per dare una svolta al tutto, bisogna citare i fatti di cronaca (è pur sempre un film italiano). Seguono quindi: caso Raciti – e conseguente concione di Savino in lacrime: andiamo tutti al Viminale – caso Reggiani – e conseguente devastazione del campo Rom, con critiche sociali all’inanità della pula e raid antirumeno serale al supermarket, per compensare – caso Sandri – e conseguente protesta di Savino: paghiamo tutti per l’errore di uno, mandatemi dei rinforzi. Su tutto, pesa l’ombra della scuola Diaz durante il G8 di Genova, dove, parole assolate di Giallini, c’è stata “macelleria messicana”. E peccato sia saltata fuori la cosa, dice il rimosso, se no il paese poteva cambiare: come, non è dato capire. Forse una bella guerra civile;
- Di grande impatto la scena dei tafferugli fuori dallo stadio: per cinque minuti, forse per indecisione registica, si fronteggiano tre gruppi (uno è la Celere, gli altri due sono rivoltosi) senza sapere evidentemente come muoversi. Non è teatro off, ma semplice problema recitativo: i primi sassi che partono hanno la convinzione e la parabola delle palline da ping-pong per centrare il pesce rosso al luna park;
- Generose le riprese degli sputi: quasi nessuno se ne fa mancare uno, purché a tutto schermo. Il clou, peccato, ce lo giochiamo all’inizio, con Favino che sorseggia una birra in terrazza e vorrebbe espettorare sulla schiamazzante marmaglia sottostante. Ne viene un filamento in primissimo piano, assai drammatico, risucchiato prima che inneschi l’incidente diplomatico. Questo è cinema;
- Inspiegabile l’esito del processo a Cobra, citato all’inizio. Imputato per lesioni dopo aver delicatamente appoggiato il proprio casco (fra l’altro, di tre taglie più grande: una specie di mongolfiera) sugli incisivi di tale Sartoni, polverizzandone gran parte, viene assolto nonostante sia chiaramente reo confesso e privo di qualsivoglia attenuante. Beh, salvo il fatto che, negli scontri allo stadio, teatro della vicenda, hai “l’adrenaliiina… che sale…”. Vabè, avete capito;
- Orribile la sequenza successiva all’assoluzione. Savino balla in modo goffo e scomposto in un corridoio, con musica a tutto volume e fradelli in giubilo. Tuttora incerto se si tratti di una scena o di una pausa nella lavorazione;
- Potente il finale: l’azzoppato Mazinga, che nella spedizione punitiva di cui sopra per poco non bastonava il figlio, amico dei suoi – sempre presunti – accoltellatori, va a dare manforte ai compagni per gestire meglio la rappresaglia post-Sandri. Si accorge che il piazzale della resa dei conti è intitolato a Diaz. Come a Genova. Il destino. Ed è lì che Cobra, ballando nel casco, profferirà in crescendo: “Eccoli, eccoli, eccoli”. Il riferimento, per fortuna, è ai titoli di coda.