giovedì 20 agosto 2009

S. Darko

Donnie avrà anche avuto una sorella, ma "S. Darko", il sequel apocrifo di "Donnie Darko", non è nemmeno lontano parente dell’originale.
Privo delle stimmate di Richard Kelly, autore del primo episodio, il film su Samantha, sorella minore del protagonista (la svogliata Daveigh Chase), non è che una bieca rimasticatura delle idee della storia precedente. Anzi, un saccheggio.
Perché, se di viaggi nel tempo, universi alternativi e sonnambulismi pur sempre si parla, le parti sono cambiate: nella visione di Chris Fisher, regista dell'operazione, non è più il coniglio Frank a indottrinare sulla fine del mondo ma S. stessa, per l’occasione in versione zombie, che lancia anatemi e comandi al malcapitato di turno, un reduce dall’Iraq stravolto di paura (per gli amici Iraq Jack), risparmiato temporaneamente dalla caduta di un meteorite.
Il film è puro abuso di immagini e suggestioni già sperimentate: i wormhole e consimili, che ribaltano la storia due volte (rendendone totalmente inutile la prima parte), le false apparenze (al posto del guru pedofilo c’è il prete pervertito, che creatività), l’ambientazione provinciale (anziché il liceo, la cittadina on the road di Conejo Springs, dove S. e l’amica Corey finiscono per un guasto al motore dell’auto).
Del tutto assenti, invece, i punti di forza del predecessore: a parte il tono malinconico e terrorizzato, sostituito da un uniforme piattume descrittivo, manca la critica sociale, colpevolmente barattata con una sequela di stereotipi (il fantoccio alla James Dean di cui s’invaghisce Corey, il secchione represso che si ritrova per le mani un pezzo del meteorite iniziale, sbarellando di conseguenza, e l’immancabile bambino fantasma). Unica a salvarsi, nel naufragio generale, è Elizabeth Berkeley, nelle vesti di una serial killer timorata di Dio.
Pura volgarità, invece, l’aver reso l’universo parallelo, o per meglio dire la poetica della possibilità, un mero espediente retorico, al punto che S., per l’intera durata della trama, fa la spola con l’Aldilà: prima viva di giorno e morta di notte, poi morta di giorno e di notte, infine nuovamente viva di giorno e, si spera, solo sonnambula per il resto.
Vi chiederete che ne sia stato del coniglio: ebbene, è introdotto a forza nella storia dalla protagonista, che in uno dei suoi discorsi da occhiaie intima al povero reduce di cui sopra di farne foggia per un’armatura, al solo scopo – riteniamo – di ricreare il familiare logo del primo film, ad uso e consumo dei manifesti.
Pare perfino superfluo scrivere che il finale è identico, anche registicamente, all’episodio-pilota: lieve carrellata sulle vite dei personaggi dopo il mutamento dell’antefatto, con ammiccamenti vari ai paradossi temporali. Alla resa dei conti, il meteorite è effettivamente caduto sul soldato (poveraccio) e S. torna alla vita da cui fuggiva (ma senza l’amica, che resta col fantoccio). Quanto al bambino fantasma, tale per pregresso rapimento della Berkeley, lo vediamo guardare attraverso le sbarre del suo nascondiglio. Salvato o meno dal suo destino non è dato sapere.
Sola consolazione (?) è che su Conejo Springs non s’abbatta la pioggia di meteoriti preconizzata dal nerd nel futuro alternativo: si tratterebbe – ipse dixit – dell’arrivo di non ben chiariti “tesseranti”. Chi ci capisce è bravo.

Note a margine:
- Tra le vittime della Berkeley c’è anche il fratellino del fantoccio. Circostanza buona per creare un’empatia con S., anch’ella sconvolta per la morte di Donnie. Peccato che il regista non ci dedichi più di un minuto;
- Iraq Jack è nipote di Nonna Morte. Sappiamo che morivate dalla voglia di saperlo.

LA SCHEDA

S.Darko

In una frase: “ho dormito dieci minuti buoni”
Sconsigliatissimo: a chiunque, dopo Donnie Darko, voglia conservare il ricordo di un film originale e intelligente. Non lasci che questo seguito ci precipiti sopra.
Giudizio: KKKK

martedì 2 giugno 2009

Battle for Terra (Battaglia per la Terra) - 3d

C'è un film di cui non ho mai sentito parlare (minimamente, giuro), c'è una settimana alle spalle con circa 3 ore di sonno per notte, c'è un amico che – amante dei pupazzetti e profeta del treddì – propone serata al cinema, c'è un multisala attrezzato con le più nuove e spettacolari tecnologie, ed un localaccio attiguo ove rimpinzarsi di hamburger e patate fritte. Gli ingredienti son tutti lì, basta mescolare e servire. Il risultato è stato, decisamente, straniante. Provo a renderne conto, per quanto possibile.

Battle for Terra viene (brillantemente, come sempre) tradotto e distribuito in italiano come Battaglia per la Terra. Valà, pensavo che in inglese si dicesse Earth, non si finisce mai di imparare. Entro in sala avvolto nell'ignoranza più totale riguardo al prodotto che mi accingo a sperimentare. Entriamo in sala e non c'è la maschera a fornire i preziosissimi occhialini per la visione tridimensionale (cominciamo benissimo), ci si siede e lo scarso pubblico è di quelli indecifrabili, che non consentono di prevedere che tipo di film si sia finiti ad affrontare. Passano i soliti trailer 3d, ed inizia lo show. Sconvolgente.

Su un pianeta che non è il nostro (mmm) il lungometraggio si apre con una scena bucolica – se accettate di applicare la definizione ad una specie di tapiro con le ali che svolazza (funzione: insetto) da una all'altra di una serie di strutture vagamente simili ad anemoni con le ali (funzione: fiori), si suppone impollinandole. Il paesaggio, per dirla tutta, è discretamente desertico (e lisergico, pure), ma insomma pare di capire che sia un posto felice. Abitato, oltre che dagli insettazzi e dalle piante (mah) di cui sopra, da due o tre altre specie animali e vegetali. Gran bell'ecosistema, complimenti. Si viene a scoprire che ci sarebbe pure la fatidica specie intelligente, personificata nella fattispecie da una razza di strane bestie, sorta di incrocio tra Snorky e tavole da surf (la definizione non è mia, ma calza da dio) – che, indovinate?, pure sanno fluttuare. Loro, tirando delicati ma efficaci colpi di coda (a forma di surf, appunto) e galleggiando nell'aere. Hanno occhioni grandissimi (secondo me son tutti fatti come biglie, ma loro negano) e animo delicato. Vivono in pace con la natura. Guidano specie di mega aquiloni per spostarsi più velocemente – il che regala scene memorabili, come quella in cui due giovani virgulti di questa fetente razza svolazzano in compagnia di una sorta di balena dei cieli. Della quale, peraltro, siamo gratificati con diverse inquadrature; inclusa una dettagliata del suo complicatissimo sfintere. Wow.

In tutto ciò giunge sulla scena una gigantesca nave spaziale, che oscura il sole e getta in un immotivato timor panico gli inquilini dell'unica, minuscola, città del pianeta – gli incolti credono trattarsi di dei venuti dal cielo. Più prosaicamente, si tratta degli umani, emigrati dal nostro pianeta a seguito di guerra distruttrice in cerca di nuovo spazio vitale. E per niente disposti a negoziare. Poco furbi, però, dato che, invece di nuclearizzare o altrimenti spazzar via gli autoctoni, passano a volo radente con delle navicelle e li rapiscono uno per uno – allo scopo, pare, di capire come inalino un'atmosfera per noi particolarmente irrespirabile. Nell'espletare la suddetta nobile missione uno degli eroici piloti si schianta malamente. Viene salvato dalla virgulta della razza aliena (che lui, con commovente gentilezza, apostrofa ripetutamente “mostro”), interessata non tanto alla di lui manzitudine (particolarmente sexy le orecchie a sventola del nostro) ma a convincerlo a salvare il proprio padre, prigioniero nell'ultimo raid umano. A rimorchio del fessacchiotto sta un robottino insettiforme e saccente (ma, in fondo in fondo, molto buono). Nasce rispetto, amicizia, fiducia e cazzi varii. Lui torna a casa, i.e. sull'astronave madre, con la compagnia di lei (che, peraltro, è dotata di innato genio meccanico, nonostante appartenga ad una razza volontariamente arretrata – pianeta che vai, usanze che trovi). Si scopre che il pacificissimo popolo di scarrafoni malcresciuti un tempo era guerriero come e più di noi, prima di ravvedersi. Che istruttivo. Incidentalmente, sono più che pronti, gli imenotteri sproporzionati, a riprendere in mano le armi onde cacciarci – giustissimamente – a calci in culo. Sul fronte umano, un generale fascistoide ed ingrifato dalla conquista sferra l'attacco finale, desioso di impiantare un gigantesco siringone sul pianeta e renderne così l'atmosfera degnamente ossigenata – garantendoci la vittoria per asfissia dell'avversario. Peccato che l'eroico pilota sia ormai conquistato dalla bella ed intelligente mostriciattola, e si vada a schiantare contro l'ultima speranza della nostra razza onde salvare gli indigeni. Il porco traditore. Ma, come sempre c'è un ma.

La giovine creaturina ha appreso la lezione e l'insegna a destra e a manca: meglio convivere in pace che massacrarsi a vicenda. Rifiutandosi, quindi, di lordare di sangue le mani di tutti, propone soluzione di compromesso. Costruiamo un enorme tendone che, per virtù del tutto inesplicabili al sottoscritto recensore, riuscirà a trattenere sotto apposita cupola ossigeno in quantità sufficienti a garantire il prosperare degli umani. Prosperare, oddio, sembrano sorci in gabbia o uccelletti in voliera, ma tanto si può avere e di tanto si accontentano.

I dettagli mi sfuggono, stante che ho vagato tra sonno e veglia per metà visione – del resto, risultava piuttosto difficile accorgersi di essere al cinema di fronte alla messe di improbabili baggianate che scorrevano sullo schermo. Il pensiero che si trattasse di digestione pesante e conseguenti vaneggi privati addolciva il tutto. Ma fatemi pensare, dimentico forse qualcosa?

Ah, si. Terra è il nome che i nostri, lontani millanta anni luce dal sistema solare, han dato (loro che parlano inglese, of course), al pianeta che volevano parassitare. Quello degli Snorky, si. Bella la traduzione. Peccato il film.

LA SCHEDA

Battle for Terra - 3d

In una frase: "i disegni son fatti anche bene, ma queste bestie non si possono guardare".
Sconsigliatissimo: a chi ama i buoni lavori in CG: Pixar, Dreamworks, etc. O i cartoni tradizionali stile Disney. O quelli giapponesi. Insomma, avete capito. Gli altri, che ve lo dico a fare?
Giudizio: KKKK (non vorrei eccedere, mi son perso qualcosa dormendo)