venerdì 3 febbraio 2012

Fast 5 - siamo tornati! (con una tetrospettiva, lo ammettiamo, ma non solo con quella - eppoi è gratis, checcazzo)

Giaceva da tempo in un cassetto la recensione seguente - effetto della visione di Fast 5 in versione originale (mica cazzi, così non ci si perdono le sfumature della recitazione di Vin Diesel e The Rock): cogliendo al volo l'occasione del grande rientro sulle scene del nostro blog (vedasi recensione dell'horroraccio di turno, poco più in alto), vi beccate pure questa. E non vi lamentate, via, che in tempo di crisi è meglio di niente.

Ebbene sì, torna Vin Diesel nei panni di Dominic Toretto, torniamo noi a recensire. Adescati da dichiarazioni del protagonista sul tono di “questo è il miglior film della serie, dato che ora tutto ha un senso, diamo risposte ad interrogativi lasciati aperti in precedenza, c’è più ragionamento nello script” e via discorrendo.

A 5 minuti circa dall'inizio il buon Dominic-Vin (abile, arruolato & più muscolato che mai), trovatosi a mal partito a mani nude contro un manipolo di brutti ceffi armati, si guarda in giro nella disastrata casa di favela in cui si trova e, dopo rapida analisi della situazione (1.2 secondi, circa 200 colpi d’arma da fuoco esplosi), opta per la via di fuga più ragionevole. Ovverosia, passa per dei mattoni. Esemplare.

Pensereste di aver visto il meglio non fosse che i produttori, diabolici, hanno in serbo un rilancio di quelli pesanti. Onde ispessire, parecchio, la vicenda, hanno reclutato come antagonista qualcuno ancora più grosso di Diesel: The Rock, ovvero Dwayne Johnson per i più raffinati. Costui è largo come un camion della nettezza urbana, ed un poco meno manovrabile. Appare evidente come non possa raggiungersi le tasche, stante che bicipiti e tricipiti assortiti ed ipertrofici costringono le sue mani ad una distanza non inferiore ai 70 centimetri dal busto, conferendogli un’andatura giusto un filo macchinosa. Rinunziato quindi, a malincuore, al sogno della sua giovinezza (essere l’etoile di un balletto classico), egli si arruola come agente federale, e finisce a capo di un’unità dedita alla cattura dei ricercati più sfuggenti. Nella fattispecie, come ben immaginate, la nutrita famiglia Toretto (membri extra: l’ex agente interpretato da Paul Walker più una corte dei miracoli di afroamericani, latinos imbelli, asiatici, persino una israeliana ex Mossad).

Sullo sfondo di Rio (almeno, immagini del famigerato Cristo a profusione) i Nostri Eroi si trovano una volta di più a fare i conti con l’ineluttabile: sono dei bravi guaglioni intenti a farsi i fatti loro (corse illegali per le strade, tentativo di rubare auto preziosissime confiscate dalle autorità e dulcis in fundo lotta senza quartiere con l’indiscusso boss della mala locale), malauguratamente messi nel mirino dall’FBI (nella persona della ballerina fallita di cui sopra, e della sua squadra speciale).

Non ci si risparmia nulla: scazzottate imperiali nelle favelas (quando infine i due colossi si sbattono per bene, è tale la loro massa muscolare combinata che per due volte due nella stessa scena sfondano delle pareti: vabbene che l’edilizia nella periferia di Rio non dev’essere esattamente a norma, però ostia!), corse a perdifiato con cassaforte da 10 tonnellate trainata da due auto (rubate alla polizia locale, per giunta) e conseguente vasta distruzione del centro cittadino, agguati a colpi di mitra e bazooka, basso umorismo a base etnica. Ci sono anche 2 o 3 momenti in cui per 30 secondi circa nessuno si sta massacrando o inseguendo a 200 all’ora per stradine semisterrate, laddove si sviluppano ricche sottotrame. Tra i non–cliché offerti segnaliamo: la poliziotta brasiliana integerrima (e vedova di altrettanto integerrimo ed altrettanto pulotto) che si innamora del bruto dal cuore d’oro, gli altri poliziotti tutti venduti, antichi rancori che vengono sanati, figli in arrivo, l’incorruttibile agente federale che vuole vendetta privata contro i cattivi del terzo mondo: smancerie a profusione, insomma.

Non manca il colpo ad effetto per riuscire a scappare col contante da parte dei nostri, per scoprire il quale però dovrete vedervi il film, furbini! Il finale consta di una scena idilliaca con due coppiette scalze (o con infradito, che fa lo stesso bucolico) in paradisiaca località di mare. Auto iperpompate da competizione parcheggiate dietro al bungalow, e pronte a scatenarsi. Colonna sonora: Danza Kuduro, di Don Omar (che peraltro impersona uno dei due latini stolti di cui sopra, prendi-due-paghi-uno). Tormentone estivo forse un po’ troppo raffinato per la situazione. Sarebbe tutto, non fosse per il fatidico post-finale (guai ad andarsene durante i titoli di coda, è la lezione più importante). Il Roccioso Dwayne, ci viene rivelato, continua a lavorare indefesso. Ricompaiono, dall’oscurità di precedenti capitoli della saga, poliziotte scosciate e persone che si credevano morte. Capitolo 6 pendente, dunque. Dovrò rivedermi il resto, non vorrei perdermi nella complessità dell’intreccio.

Ps: menzione d’onore per la storia d’amore interraziale tra l’assurdamente gnocca israeliana ex-Mossad ed il cino-giappo-coreano. Ex-fumatore. Lei lo seduce irreparabilmente quando, per ottenere le impronte digitali del malvagio brasiliano, si fa stoccacciare a mano aperta sul culo. Consegnerà poi la metà bassa del bikini all’esperto di tecnologia del gruppo, ottenendone calco delle dita e accesso al cuore dell’asiatico. Gli interrogativi, sì, hanno avuto risposte.

giovedì 5 maggio 2011

Il reparto - Sei proprio tu, John Carpenter? E io chi sarei?


Non si sa cosa dispiaccia di più: che un grande regista perda la sua verve narrativa oppure mascheri la propria abulia dietro i soliti fantocci da due soldi. Nel caso di John Carpenter bisogna propendere per la seconda ipotesi, perché l’ultimo film da lui diretto, "The ward" ("Il reparto"), è l’ennesima, non richiesta, rimasticatura della bambina fradicia e decomposta che vaga per i corridoi, terrorizzando e uccidendo i malcapitati di turno. Cliché già visto, a profusione, da "The ring" fino a "Saint Ange" e ormai vero e proprio sottogenere, tipo western spiritico.
La storia: indovinate. Protagonista carina che dà fuoco a una casa di legno nella campagna americana degli anni ’60 e viene portata di peso in un manicomio dell’epoca, onde dissuaderla dalle tentazioni incendiarie. Ivi, nella più totale amnesia di parentela e provenienza, fa conoscenza con altre quattro lungodegenti (almeno un paio delle quali pronte per una sfilata di moda: complimenti per il casting), che passano le giornate fra turbe e incomprensioni della più varia risma, controllate a vista da una torva infermiera – personaggio assai promettente ma, ahinoi, del tutto inutilizzato, come del resto il nerboruto collega del reparto di cui sopra, una sorta di onesto conservatore in camice perennemente incazzato.
A muovere (si fa per dire) i fili di questo originalissimo intreccio è l’ambigua figura del direttore dell’istituto, che scruta la nuova arrivata tra un mezzo sorriso e una cartella clinica (nemmeno un sano guardone, come sarebbe stato legittimo), suggerendo al già infastidito pubblico di saperla più lunga del proiezionista. E il retroscena, cioè lo squallido pretesto della malaparata, è appunto il succitato fantasma, che sin dalle scene iniziali, girate in una davvero inaspettata soggettiva, va a fare razzia delle malate, infliggendo loro morti atroci e senza apparente motivo (evidentemente l’esperienza manicomiale non era abbastanza punitiva), con l’unico risultato di liberarne le celle per le future ospiti.
Naturalmente anche l’avvenente neofita entra in contatto con il mostro, che si manifesta tramite gli abituali ammennicoli di genere: rumori notturni, sagome intraviste dallo spioncino (sempre velocissime: "Il sesto senso" insegna), indizi della precedente titolare del loculo su una non chiarita compagna piuttosto malevola. Perché, ovviamente, di ciò si tratta: l’insopportabile zombie, si scoprirà, altro non è che una precedente paziente dell’ospedale, orrendamente fatta fuori dalle suddette mannequin - probabilmente per noia - e pronta a vendicarsi con la stessa moneta. Ecco, dunque, il sempre più sorprendente stillicidio di omicidi, che decima il reparto e la pazienza degli astanti, intesi come contribuenti cinefili, fino alla resa dei conti finale.
Lo spiegone, tuttavia, è dietro l’angolo: lo spirito è solo una proiezione della protagonista, come le altre psicolabili e lei stessa. Tutte creazioni conflittuali della sua personalità, dirottata da un trauma infantile (una violenza subita nella casa bruciata), che il sagace direttore aveva intuito sin da principio, non avendo potuto assistere – per sua fortuna – a un solo minuto del pallosissimo film mentale. C’è tempo anzi per il graffio (?) conclusivo: dopo opportuna cura/convalescenza/incontro coi genitori, la nostra eroina, purtroppo molto meno carina della sua proiezione, ha giusto il tempo di aprire l’anta dello specchio del bagno ed essere assalita dall'alter ego, in perfetto stile "Mai nato" (a proposito: Jumby vuole nascere. Adesso) e, si spera, con esiti fruttiferi.
A questo punto, se state ancora leggendo, vi chiederete che cosa c’entri John Carpenter con una simile nefandezza: ebbene, assolutamente nulla. Del disturbo tipico di certe sue imprese passate ("The fog", "Il Signore del Male", e soprattutto "Il seme della follia") non c’è alcuna traccia, della spudoratezza di altri capisaldi ("Distretto 13", "La Cosa", "Essi vivono") resta solo la speranza, spesso alimentata e delusa, come nella scena dell’improvvisata festa serale nel reparto, piena di potenziali sviluppi e malinconicamente interrotta dalla litania dello spettro. Il tutto, con l’aggiunta di una trita collezione di effettacci e la scomoda scelta di rompere l’unità di luogo per improvvisare una fuga delle degenti superstiti, buona solo per le colluttazioni conclusive. Male, male, male.
LA SCHEDA
The ward - Il reparto
La frase: “Questo film deve svoltare”
Sconsigliatissimo: a chi crede nei ritorni di fiamma. Guardatevi piuttosto il sapidissimo "Drag me to Hell" (trad. it. Stramusoni dal Demonio) dello splendido cinico Sam Raimi. Qui non è aria.
Giudizio: KKKk