domenica 2 novembre 2008

Pride and glory - Il prezzo (Euro 7,50) dell'onore

Se il cinema italiano ha la mafia, quello americano ha i poliziotti corrotti. Due malattie che rimbecilliscono la sceneggiatura e deprimono la regia. "Pride and glory", di Gavin O'Connor, appartiene alla seconda categoria. E, come tutti i film del genere, intreccia l'illegalità sul lavoro alla - falsa - moralità della vita privata. A capo della famiglia, stavolta, hanno messo Jon Voight, veterano della squadra investigativa, che osserva impietrito (e a tratti sbronzo) il degenerare delle carriere dei figli. Prima, di Edward Norton, che a dispetto dell'aria sofferta - Dio, che spreco - è un onesto difensore della legge, finito a ruminare carte alla "persone scomparse". Poi, di Noah Emmerich, erede designato di Voight, che incappa in un tragico incidente di percorso, quando quattro uomini del suo team (la Narcotici, as usual) vengono trovati morti in un oscuro palazzo di periferia.
Norton si rimetterà in pista, scoprendo i loschi affari non solo del fratello, ma soprattutto del cognato Ray (un Colin Farrell da tappezzeria), anch'egli in divisa, implicatissimo con la malavita portoricana e dedito a corruzione, ultraviolenza e traffici di droga. Sullo sfondo, i classici matrimoni con figli. Di Farrell, periodicamente interrotto nel menage da strane visite di brutti ceffi (delinquenti o colleghi, tutto fa brodo), e di Emmerich, che alla fine troverà il coraggio di redimersi per rispetto alla moglie, malata terminale. In tutto questo, Norton vive da solo su una barca che fa acqua, e sta per separarsi. Forse, l'unico debito pagato all'attore, ormai in caduta libera.
Il resto della trama è immaginabile: cosa accade quando un detective si accorge che suo cognato (o fratello, o figlio), nonché collega, è uno stronzo? A chi resterà fedele? Al Corpo della Polizia o al suo sangue? Siccome è una rubrica di servizio, ve lo sveliamo noi, senza che vi sorbiate 125 minuti di tedio. A dispetto di Voight, che vorrebbe insabbiare (come ogni patriota della prima ora), Emmerich decide di vuotare il sacco, congedandosi dall'uniforme, e Norton va ad arrestare Farrell, vincendone la riluttanza alle manette a suon di sganassoni e palle da biliardo sulla tempia. Il retroscena, peraltro, è perfino peggiore: mentre sta per consegnarlo alla giustizia, il nostro viene avvicinato da una masnada di portoricani armati di spranghe. Rassicurato sul fatto che "vogliamo solo lui", abbandona Farrell al suo orrendo destino. In pratica, l'unico momento di vera gloria del film.
Quanto all'onore, lasciatelo a casa: tecnicamente, l'opera è piatta, scontata e didascalica. E, a parte un po' di steadycam iniziale, affonda negli stilemi più vieti. Un premio alla regia: in una sequenza di dialogo fra Emmerich e Norton, le teste dei due, ripresi in totale, sono bellamente tagliate. E non è - purtroppo - un errore del proiezionista.
LA SCHEDA
Pride and glory - Il prezzo dell'onore
La frase: "questo film mi è passato più veloce dell'altro"
Sconsigliatissimo:
a chi, dai tempi di "Training day", non va più a vedere un film sulla polizia americana.
Giudizio:
KK

lunedì 8 settembre 2008

Film bello dell'anno - The wrestler

Abbiamo ritenuto opportuno, in un blog che si occupa esclusivamente di film brutti, dare spazio, una volta all'anno (non di più, ci mancherebbe), all'eccezione che conferma la regola: una recensione positiva. Per il 2008, consapevoli che non ci sarà di meglio, la scelta è caduta su "The Wrestler". Buona lettura.

di Ray Stantz

Abbiamo visto un film, ieri. Prima che qualcuno rompa le palle, non si tratta di plurale maiestatis: eravamo in tre, abbiamo. Fresco vincitore del Leone D'Oro alla Biennale di Arte Cinematografica di Venezia (che, coerentemente, si tiene ogni anno - altrimenti, trattandosi della 65ma edizione, dovremmo dedurre che sia iniziata nel 1878, con qualche problema quanto all'arte del cinema). Anche se qui siamo (ecco, QUESTO è un maiestatis) su primatiguardopoitirovino, ci sentiamo liberi di parlare di un film che ci è piaciuto, molto. Gran cosa The Wrestler. Molto ben fatto. Molto Aronofsky: bravo regista, già autore di buone cose, questa in particolare somiglia a mio parere a Requiem for a Dream - non tanto per le tematiche o lo stile quanto per la mancanza di redenzione. Stile personale, ottima cura dei dettagli. Molto, moltissimo Rourke. Riuscire a recitare, ed a farlo a questi livelli altissimi, praticamente senza faccia è prova davvero straordinaria. Buono anche il resto del cast, in particolare la Tomei - e non vi fermate a guardarle le chiappe, maiali! Eccezionali le musiche - un flash nel metal e negli anni '80. E lo ammetto: c'è un momento, nel finale, un momento quasi di redenzione e svolta e amore e comprensione e vita, un momento in cui Micky dice - come solo lui, con quella sua non-faccia e quegli occhi così, può dire - dice "E' là fuori che io mi faccio male", un momento in cui siete convinti che non importa la qualità del film, la veridicità, il dolore, l'arte e la catarsi o qualsivoglia altra stronza considerazione profonda, tutto cambierà e tutto andrà bene e si salveranno a vicenda dalle loro vite storte. Ed invece, quando in sottofondo parte il riff di Sweet Child of Mine, quando vi ritrovate di colpo a vent'anni fa e non sapete nemmeno come ma in un attimo tutto è di nuovo e per sempre chiaro, invece allora sapete come andrà e sapete che è giusto così. Non moralmente, no. E' solo placido realismo. Intanto vi siete commossi, magari. E magari fareste meglio a non dirlo in giro. Teniamocelo per noi.

In tutto questo il punto era un altro, però, e sarebbe il caso che lo esternassi. Il film di cui parlavo sopra ha vinto il Leone d'Oro - assegnato da una giuria presieduta da Wim Wenders. Wenders ha girato dei film splendidi, negli anni che furono. In tempi più recenti lui come molti altri grandi è - ahinoi - assai decaduto. Ma evidentemente non ha perso l'occhio per il cinema, il vero cinema, quello che accade sempre più di rado. Soprattutto, non ha perso il coraggio. Ce ne voleva, per premiare questo film in una mostra che ambisce a coniugare un po' di sano divismo a scopi pubblicitari (sennò che cazzo portiamo Brad Pitt - o altro manzo a scelta, a seconda dell'annata - al Lido a fare?) con premiazioni sempre più insopportabilmente intellettuali. Questo film americano (anche se indipendente), questo film di Aronofsky (che è bravo e si sa, ma mica è nato in Kyrgizistan, quindi non può esser regista da Leone d'Oro!), questo film con Mickey Rourke, orrore! orrore!, questo film onesto e vero e magnifico ma col difetto cinefilicamente mortale di non essere palloso.

Ricordiamocene, sarebbe il caso.